Quaranta passi e poi il destino

Il Chelsea è in finale di Champion’s League.
Quattro anni fa il sogno dei blues si interruppe quando il capitano, John Terry, sbagliò il rigore decisivo inciampando su una zolla del terreno.
Scrissi questa cosa, che oggi ho voglia di riproporre. 

La terra, l’erba, l’odore della pioggia. L’acrilico bagnato sulle spalle, sui polpacci, i piedi zuppi. Una camminata di quaranta metri, quaranta metri lunghi una vita, misurando ad ogni passo un fotogramma di quel che è stato, soppesando successi e delusioni, pregustando ciò che sarà. Non ci sono più crampi, il boato sfuma in lontananza, soffocato nella mente dai flash lontani eppure così vicini, là, al prossimo passo, di una curva in delirio, dall’esaltante fastidio dei coriandoli bianchi e blu che si attaccano alla pelle, dal giro di campo più inebriante della storia. 91 kilogrammi che da Barking e dal lontano 1980 si avvicinavano alla storia, che dai campi di provincia del Nottingham si dirigevano verso un fermo immagine da incorniciare, destinato a spuntare sulle mensole dei salotti di ogni londinese-bene che si rispetti. Quaranta metri, quelli di John Terry, densi di attesa, colmi di scaramanzia, ma gravidi di speranza.

Il boato, nelle orecchie del capitano, è scoppiato fragoroso. Partito non da una curva in festa, ma da una maledetta zolla, una delle tante, una delle migliaia di zolle sistemate con cura dagli addetti di Mosca, inconsapevoli di star poggiando a terra il futuro della partita più importante di una vita, il crocevia tra la gioia più grande e l’amarezza più profonda.

Di fronte un portiere che sapeva di poter battere, un portiere che diventa di granito solo quando gli si deposita il pallone sulle mani, altrimenti di paglia, scardinabile da un po’ di robusta decisione e nulla più. Lo testimoniavano anche gli sguardi dei compagni, già pronti a scattare per abbracciare il proprio leader, per consacrare chi, non più di mezz’ora prima, aveva salvato baracca e burattini non contro un Nani qualsiasi, ma opponendosi a sua maestà Giggs, che calcava i palcoscenici del rock del calcio inglese quando lui era solo un umile cantante folk. Ricco di sani principi, autore di una musica solida e piacevole, ma del tutto avulso dalle luci della ribalta, dalle groupies, dalle scarrozzate in macchine di lusso per Piccadilly.
E anche quando pian piano ci si accorgeva della solidità, mentale prima che fisica, del ragazzone di Barking, anche quando la fascia di capitano prima del Chelsea e poi della nazionale sono andate a cingere il braccio del difensore, quel carattere da onesto comprimario, quella semplicità da compagno di bevute, quella solidità del vecchio zio dai nervi saldi, abituato ad esaltarsi con il gruppo e a perdersi e rammaricarsi per un compagno in crisi non aveva mai abbandonato John Terry.

La sicurezza di poter andar a pescare, all’interno di una rissa montante, non il proprio compagno, ma l’avversario, il carisma di poterne smussare lo slancio, la generosità nel concedere l’ultima parola, la torsione su re Giggs, il sorriso smozzicato dopo 110 minuti ed un attacco di crampi. Tutto questo nella caduta di un uomo ancor prima che giocatore, di un capitano che sa che da solo non può andare lontano, quasi avesse assorbito la mentalità dell’amico Wilkinson, non senza i propri compagni, nella caduta di un sogno che ci ha regalato la splendida immagine di un pianto senza possibilità di consolazione, con i mille pensieri dei ‘se’ e dei ‘ma’ ancora ad accavallarsi nella mente.
L’immagine di un grande uomo che non ha paura di mostrarsi vulnerabile, di lasciarsi colpire e ferire, l’immagine di un pianto singhiozzante ma composto, l’immagine di un’umanità vera, che può permettersi di trascurare chewingum e sambe improvvisate, che si commuove e si strazia per non essere riuscito a regalare l’ultimo passo ai compagni, senza bisogno di doversi sdraiare, di doversi portare platealmente mani al viso, di dover ostentare al mondo i propri sentimenti, quasi ad attendere il prossimo ciak.

Senza bisogno di dover mostrare al mondo la propria gioia piuttosto che la propria delusione, ma nascondendola tra le pieghe della giacca zuppa del proprio mister.120 minuti che hanno regalato la terza coppa al Manchester, la seconda a Ferguson, ma che ci hanno regalato una delle immagini più belle del calcio di questi ultimi anni.

Il pianto triste ma non disperato di un grande uomo.
E da domani si riparte, con altra terra, altra erba, nuovo odore di acquazzoni, nuovi addetti a disseminare zolle su zolle all’interno di uno stadio sterminato oppure minuscolo, di città in città, di tacchetto in tacchetto, sempre in attesa della prossima sfida, della prossima rockstar da fermare…


(minuto 6.45)

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