Un lungo post su J. Edgar e altre cose
Pubblicato: 08/01/2012 Filed under: Tutte cose | Tags: cose citate, cose di cinema 5 Commenti »J.Edgar non è un film politico. Chi va in sala con l’attesa di un affresco dalle note scorsesiane di un periodo bello e controverso della storia americana, rimarrà deluso.
Non solo non è un film politico, ma è anche uno dei film meno politici realizzati da Eastwood negli ultimi dieci anni.
Da vedere comunque in originale: il fanciullesco doppiatore di Di Caprio sfiora il ridicolo quando il bel Leonardo viene truccato da ottantenne, racconta la storia di un uomo.
Che quasi solo incidentalmente è il controverso inventore dell’Fbi, ma che poteva essere qualunque altro.
A Eastwood occorrevano però la ubris di Hoover, la balbettante spietatezza di Hoover, la prosopopea di Hoover, per raccontare di come l’uomo tende a difendere le proprie debolezze esasperando i lati del proprio carattere che più se ne allontanano.
J.Edgar è la storia di un omosessuale che non sa darsi pace, che non vuole darsi pace, che preferisce smorzare le domande su di sé consegnando la risposta agli altri, nell’affannata ossessione di essere ricordato tra i grandi del proprio paese.
“Tutta l’ammirazione del mondo non compenserà la mancanza dell’amore”, gli dicono ad un bar facendolo fuggire. Una questione troppo sostanziale perché l’uomo Hoover le permetta di scavalcare l’ordine perfetto degli schedari e l’indefessa lotta al crimine. Se non in un paio di fugaci momenti, perché c’è una crepa in ogni cosa, momenti di lacrime e forse consapevolezza che il “Distruggo tutto ciò che amo” assomiglia piuttosto “Non riesco ad amare”.
Ci sono difetti nel film, molti. C’è una gestione dei personaggi affatto impeccabile. Il rapporto tra Hoover e la propria segretaria sembra inizialmente un tema narrativo, potenzialmente fecondo, salvo poi disperdersi completamente, relegando Naomi Watts ad una parte di contorno. C’è anche una semplificazione a tratti eccessiva del nesso causa-effetto del morboso rapporto tra la signora Hoover e l’omosessualità del figlio, tradotta in un’ossessiva ripetizione dell’allocuzione “Sì mamma” messa in bocca a Di Caprio.
Cose inevitabili da notare, che a volte creano un effetto a catena che rischia di rendere solamente ridicolo il grottesco drammatico di alcune scelte narrative.
Ma è proprio nella narrazione che si rivela l’interesse maggiore di J.Edgar. Quello su Hoover è icasticamente un film sulla morte, sui segni della morte che avanza nella vita.
L’algida fotografia sgretola i volti degli attori, che siano colti in età giovanile, o – a maggior ragione – nel trucco che gli regala quarant’anni di più.
Eastwood chiude il cerchio aperto con Million Dollar Baby. Il cerchio dello “Strong isn’t enough” che campeggiava nello studiolo della palestra di Morgan Freeman, e che in Hoover viene sì semplificato nella sua stratificazione di senso, ma anche esasperato.
Forte non è abbastanza per superare il proprio limite, forte non è abbastanza per riuscire a volere bene a sé e alle cose, urla da tutti i pori la fisicità di un Di Caprio morente fin dalla prima sequenza.
Morte che compie il suo tragitto fino ad una cruda quanto garbata rappresentazione pittorica finale: un Hoover prigioniero delle proprie imperfezioni, abbandonato sul pavimento, nudo, privo di qualunque possibilità di difesa nei confronti della cattiveria del mondo. E della sua.
Un dialogo franco, schietto, con la morte, la decadenza del corpo, l’ambiguità di grandi domande non poste, che avvicina Eastwood al Philip Roth di Patrimonio. Entrambi coltivano un rispetto garbato per la morte, ne colgono i segni nel corrompersi dei corpi e nel complicarsi delle menti.
Ma le danno del tu, la affrontano con la schiettezza e la serenità di una generazione statunitense che ha insegnato, attraverso la propria ricerca, a guardare alle cose per quelle che sono, senza scandalo, con poco tempo per il sentimentalismo.
E, guardandole, e maneggiandole per quelle che sono, chiedersi sempre il perché.
In punta di piedi tornai nella camera da letto dove mio padre dormiva, sempre respirando, sempre vivo, sempre con me: un altro scacco al quale era sopravvissuto, quest’uomo che da tempo immemorabile conoscevo come padre. Ero terribilmente dispiaciuto per la lotta eroica e sfortunata che aveva sostenuto per ripulirsi prima che io lo raggiungessi nel bagno, e per la vergogana che aveva dovuto provare, il disonore di cui sentiva il peso, eppure, ora che la cosa era finita e lui era immerso nel sonno, pensai che non avrei potuto chiedere niente di più, per me stesso, prima della sua morte: anche questo era giusto ed era come doveva essere. Si pulisce la merda del proprio padre perché dev’essere pulita, ma dopo averlo fatto tutto quello che resta da sentire lo senti come mai prima d’allora. E non era la prima volta che lo capivo: una volta sfuggito al disgusto e ignorata la nausea e dominate quelle fobie che hanno acqiustato la forza di un tabù, c’è ancora tantissima vita da accogliere dentro di sé.
Anche se forse una volta è sufficiente, soggiunsi, parlando idealmente al cervello addormentato stretto nelle spire di quel tumore cartilaginoso; se dovessi farlo tutti i giorni, forse finirei per non sentirmi tanto entusiasta.
Portai giù la federa puzzolente e la misi in un sacco nero della spazzatura che legai forte, e portai il sacco alla macchina e lo buttai nel bagagliaio per darlo in lavanderia. E perché questo era giusto e come doveva essere non avrebbe potuto essermi più chiaro, ora che il lavoro era finito. Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno, della realtà vissuta che era.
Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda.(Patrimonio, Philip Roth)




[...] schierarsi con i secondi: fuori dal racconto della tormentata esistenza di un uomo, si percepisce al massimo la tragica [...]
Caro Pietro, la tua recensione continua a essere molto bella, ma dopo aver visto il film non sono affatto d’accordo. Questo film è un film profondamente politico, secondo me. La repressione di sé del protagonista – che è in buona parte la repressione dell’eros – è la premessa necessaria della repressione di qualsiasi cosa vada fuori dall’ordine: non solo il crimine, come scrivi, ma anche dell’opposizione politica, che, da buon reazionario, J. Edgar equipara appunto al crimine. Mi è venuto in mente Eros e Civiltà di Marcuse, vedendolo: perché per Marcuse l’eros è la forza necessaria per trasformare l’ordine, e dunque lo esaltava; per Hoover – che stava dall’altra parte della vita e della barricata – era la forza che minacciava di distruggerlo, e quindi non ha fatto altro che reprimersi e reprimere.
Ciao,
Nicola
caro Nicola, il problema è che non è un film politico, ma un film Politico
messa così, mi piace
Per tutti questi motivi J.Edgar non è stato di mio gradimento. Lo considero uno dei meno riusciti film di Eastwood. Non è Gran Torino, certamente. E certamente non è Space Cowboys. Ma non è nemmeno il ritratto americano che mi aspettavo dato il personaggio protagonista.