Grillo ha registrato il marchio “Pirati ★★★★★”

Un piano B per il Movimento 5 stelle?

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M5s, Renzi, la legge elettorale, e quella fottuta paura dell’inciucio

“Uscite dal Parlamento, ricreatelo fuori, in mezzo alla gente, per far vedere quello che succede lì”. Nemmeno un mese fa l’invito di Beppe Grillo dal palco del Circo Massimo fu preso sul serio dai suoi. Forse anche troppo. “Siamo pronti a dimetterci in massa, anche domani”, gettava il cuore oltre l’ostacolo Roberta Lombardi. Non se ne fece nulla, ovviamente. Anzi, il Movimento 5 stelle ha continuato a muoversi con vitalità dentro il Palazzo, mettendo a segno iniziative – alcune riuscite, altre meno – frutto di una strategia che guarda alle tattiche parlamentari molto di più di quanto non sia rivolta alla piazza.

La questione oggi è se lo strike su nomine istituzionali che più lontane non si può dalle sensibilità del paese reale si possa chiamare vittoria. Se sia un successo frutto di una strategia calibrata sui dettagli. Un parlamentare ortodosso spiega che la questione è complicata: “Noi facciamo ostruzionismo su tutto, l’abbiamo detto proprio un mese fa. Il caso ha voluto che sulla Corte costituzionale servisse una maggioranza qualificata, per cui il Pd alla fine ha ceduto altrimenti non ne usciva. Questo è un successo perché imponi un metodo diverso, ma non è che dietro ci sia stata una strategia pianificata, tant’è che adesso non sappiamo bene come gestirlo”.

Vito Crimi taglia corto: “Non c’è nessun accordo con il Pd”. Nessuna visone nuova delle cose, dunque. È ancora più duro Alessandro Di Battista, che commentando il voto dei dissidenti Pd sulla fiducia per lo Sblocca Italia attacca: “Il Pd èpartito conservatore, lobbista, eticamente ed ecologicamente criminale. Nel Pd ci sono persone potenzialmente oneste ma ormai ho capito una cosa. Se sei davvero onesto (nel portafogli e nell’anima) non puoi stare nel Pd”. Complessivamente la porta aperta ieri sembra già sprangata.

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M5s non chiude al Pd sulla legge elettorale

“Mi devi spiegare se questa maggioranza esiste ancora o se ne state facendo un’altra coi Cinque Stelle…”. Le parole del capogruppo del Nuovo Centrodestra Nunzia De Girolamo indirizzate a Maria Elena Boschi sono lo specchio di una giornata particolare. Una giornata nella quale Pd e M5s esultano per quello che è un risultato in qualche modo storico. La candidata del Nazareno alla Consulta, Silvana Sciarra, e quello degli uomini di Beppe Grillo al Csm, Alessio Zaccaria, vengono eletti grazie alla somma dei voti di grillini e democratici, sbloccando un impasse che durava da settimane.

Un segnale fortissimo indirizzato da Matteo Renzi alla truppa stellata, ma, in qualche modo, anche a quella di Silvio Berlusconi. Isolando la faccenda, sarebbe difficile raccontare la storia senza parlare di una Caporetto per gli uomini del premier. Costretti ad abdicare a tutti i propri candidati alla Corte Costituzionale (ultima testa immolata sull’altare dei veti quella di Luciano Violante) per individuarne uno che piacesse al principale gruppo d’opposizione. E a votare un candidato a Palazzo dei Marescialli che nelle prime votazioni sembrava spacciato come oggetto di scambio per incassare il via libera sul proprio alla Consulta. “Abbiamo imposto nomi super partes al Pd”, ha esultato Luigi Di Maio.

Allargando lo sguardo, la partita che si sta giocando è assai più complessa. Ha un nome, legge, e un cognome, elettorale. Dopo il forte raffreddamento dei rapporti tra Renzi e l’ex Cavaliere registrato durante il pranzo di ieri, Palazzo Chigi è tornato a ventilare l’ipotesi che il nuovo sistema di voto possa essere scritto con il Movimento 5 stelle. Quest’ultimo, nonostante la brusca chiusura del dialogo imposta da Beppe Grillo lo scorso luglio, ha tutta l’intenzione di tornare a sedersi al tavolo.

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La malinconia di Alfano nel vuoto della Camera

Montecitorio, interno giorno. Una quarantina di deputati ascolta stancamente l’avvio della discussione nell’emiciclo. In gioco non la solita interrogazione sul minuscolo interesse del minuscolo paese della penisola, documenti “svuota Aula”. No, questa volta in ballo c’è la sfiducia per Angelino Alfano, incidentalmente ministro dell’Interno e leader del principale partner del Pd nella maggioranza di governo,accusato della mala gestione delle forze dell’ordine negli scontri con gli operai della Thyssenkrupp. Se la sua testa cadesse, probabilmente l’esecutivo non sopravviverebbe.

Eppure nessuno ci crede. Non ci credono i parlamentari che hanno presentato la sfiducia. Quelli di Sinistra e libertà ci sono, aprono le danze, Giorgio Airaudo chiede conto delle “menzogne sulla ricostruzione che il ministro ha fatto al Senato”. L’impegno c’è, i “buu” all’intervento del collega Democratico che difende Alfano anche. Ma risuonano poco convinti in un’aula in cui l’eco è la sola vera presenza massiccia.

Il Movimento 5 stelle, sottoscrittore della mozione, semplicemente non c’è. Meno di una decina i parlamentari che ascoltano gli interventi degli altri gruppi, appena qualcuno in più quando parla a loro nome Giuseppe D’Ambrosio, stretti intorno a lui perché dalle riprese video non si vedano i vuoti abissali che li circondano.

Sembra una di quelle partite di pallone di fine stagione, quando due squadre di mezza classifica non hanno più traguardi da raggiungere, e si passano stancamente la palla davanti a spalti semivuoti.

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A Montecitorio il M5s mette da parte un po’ di soldi in vista di futuri abbandoni?

“Un fondo per coprire i costi in caso di espulsioni”. È così che alcuni parlamentari del Movimento 5 stelle definiscono il “Fondo rischi” inserito nel bilancio di previsione 2014 del gruppo stellato a Montecitorio. “L’altro giorno in assemblea ci abbiamo anche scherzato su, anche se è stata fatta solo qualche battuta, il tema non è stato affrontato compiutamente”. 500mila euro all’anno per tre anni, 1,5 milioni che, secondo le ricostruzioni di alcuni parlamentari, sarebbero messi da parte per tamponare eventuali altre fuoriuscite.

Ma andiamo con ordine. Il 22 ottobre scorso Vincenzo Caso, tesoriere del gruppo, ha presentato ai suoi colleghi il preventivo del 2014. Nel quale ha inserito un accantonamento del 15% dei circa 4,2 milioni di euro che la Camera destina al gruppo parlamentare grillino. Un “Fondo rischi” speciale, che si aggiunge a quello ordinario, fissato a 100mila euro.

Il tesoriere, raggiunto da Huffpost, spiega: “Il ragionamento è semplice: abbiamo avanzi, come decidiamo di spenderli? Le nostre voci di bilancio principali sono tre: stipendi, campagne d’informazione, consulenze su temi specifici. Posto il fatto che le voci di spesa per il personale non subiranno grandi variazioni, perché la maggior parte delle assunzioni sono state fatte, abbiamo pensato di mettere da parte dei soldi per far fronte ad una programmazione che cambia di settimana in settimana”. Insomma, continua Caso, “ci tuteliamo da qualunque tipo di imprevisto”.

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“Indipendentemente dal senso del dovere e, forse, dall’amore”

“E in quel momento Sherman fece la tremenda scoperta che prima o poi tutti gli uomini fanno a proposito dei loro padri. Per la prima volta si rese conto che l’uomo davanti a lui non era un padre che sta invecchiando, ma un ragazzo, un ragazzo molto simile a lui, un ragazzo cresciuto che aveva avuto un figlio suo e che, facendo del suo meglio indipendentemente dal senso del dovere e, forse, dall’amore, aveva assunto il ruolo di padre perché questo figlio avesse al suo fianco un essere mitico e infinitamente importante: un protettore che lo avrebbe difeso da tutte le eventualità di caos e di catastrofi nella vita. E ora il ragazzo, quell’ottimo attore, era diventato vecchio, fragile e stanco, soprattutto ora, più che mai, al pensiero di dover rientrare dentro la corazza del protettore, tanto tardi nella vita”.

(Il falò delle vanità, Tom Wolfe)

Dal piccolo carro del renzismo al grande carro del governo

“Tutti possono entrare nella grande famiglia di Matteo Renzi, a meno che non militino nella sinistra, che fu bersaniana, del partito”. Così un sornione esponente proprio di quel pattuglione che, nei mesi, è rimasto fedele all’idea di Pier Luigi Bersani di costruire un partito socialdemocratico italiano sintetizza la nomina di Paola De Micheli a sottosegretario all’Economia. Una renziana salita su un carro in corsa che entra nella stanza dei bottoni dell’esecutivo insieme a Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione. Ma quella del cavallo rampante del renzismo siculo delle origini è una storia scritta da tempo. Il suo nome è stato accostato in viale Trastevere in tempi non sospetti, dopo l’uscita di Roberto Reggi in direzione del Demanio. Al punto che Faraone rimase volutamente escluso dal rimpasto della segreteria Democratica proprio in attesa del grande salto. La storia della De Micheli è più complessa e articolata.

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Berlusconiani e alfaniani delusi, ex finiani, Forconi. Ecco chi c’è nella Lega Sud di Salvini

Guai a chiamarla “Lega sud”. Gli interessati bloccano subito l’incauto autore della semplificazione: “Si parla di un progetto che va verso la Lega dei popoli, non si chiama Lega Sud”. Nei fatti, però, di un Carroccio in salsa meridionale si tratta. Lanciato una settimana fa da Matteo Salvini, è il contenitore che dovrebbe raccogliere le istanze leghiste nel Meridione d’Italia.

Sono il senatore Raffaele Volpi e il deputato Angelo Attaguile le menti dell’operazione. “Dopo l’elezione a segretario Salvini mi ha chiamato e mi ha proposto questa sfida, ho subito accettato, la politica è la mia malattia”, spiega Volpi, per nove anni responsabile degli Enti locali della Lega lombarda. Un’operosità sfociata nell’annuncio del segretario, e in una girandola di riunioni (l’ultima appena ieri negli uffici di Palazzo Madama), che porterà fra una decina di giorni alla presentazione di un simbolo (“Lega dei Popoli con Matteo Salvini”, dovrebbe essere la dicitura) e di un progetto compiuto.

“Lunedì andremo a parlare con una serie di professionisti a Napoli, abbiamo stabilito un dialogo proficuo con gli autonomisti sardi e siculi, con tantissime associazioni territoriali, con Fare Ambiente e il professor Vincenzo Pepe“, spiega Attaguile, già uomo di Raffaele Lombardo, transitato dall’Mpa al Pdl e quindi alla Lega.

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“Grillo ci ha lasciato soli, dallo staff nessuna trasparenza, paghiamo le scissioni interne”. Parla il candidato M5s a Reggio Calabria

Camera 2013: 24.747. Europee, giugno 2014: 12.891. Comunali, ottobre 2014: 1.783. La progressione del Movimento 5 stelle a Reggio Calabria è impressionante. E non basta più, non solo almeno, il distinguo tra elezioni politiche e voti amministrativi dietro cui gli esponenti stellati si sono sempre difesi quando si è trattato di giustificare un voto locale sotto le aspettative. Vincenzo Giordano, 44 anni, architetto, lo sa. Era il candidato sindaco nel capoluogo calabrese, e dopo quella che lui stesso definisce una “debacle” spiega con coraggio che la sua è stata una complicata battaglia in un territorio ancora più complicato, ma anche che non ci si può fermare a questo.

Dottor Giordano, l’emorragia dei voti è impressionante.

Sicuramente c’è stato un calo che non ci aspettavamo. Ora, noi non speravamo in numeri altissimi. Secondo le nostre previsioni, però, avremmo dovuto prendere tra il 4% e il 6%, eleggere uno o due consiglieri. Conosciamo come è fatta la città, per questo sapevamo che un confronto con le politiche o con le europee non era fattibile.

La sola differenza sulla natura diversa del voto non può però bastare.

Alle europee, e ancora di più alle politiche, abbiamo beneficiato soprattutto di un voto di protesta. Questa dinamica non funziona più molto, ancor di più nell’ambito di elezioni locali. Ci è mancato il contributo di un voto d’opinione che crede nel Movimento 5 stelle. Il nostro elettorato è rimasto a casa. Gran parte dei 53mila cittadini di Reggio rimasti a casa fanno parte di quelli che ci votavano.

In un post su Facebook lei ha ammesso che alcuni errori sono stati fatti.

Certamente. Magari non siamo stati così incisivi sul territorio come avremmo voluto, malgrado abbiamo portato avanti con forza tutte le nostre battaglie sugli sprechi e sul malaffare della città fino all’ultimo. Ma vede, c’è un problema…

Quale?

Noi avevamo un’unica lista, con me come sindaco e 21 consiglieri comunali. I candidati di centrodestra e centrosinistra avevano dalle 9 alle 11 liste di appoggio. Vuol dire oltre 400 candidati.

Dunque dice che i voti ai singoli candidati è arrivato.

È esattamente quello il problema. Ieri abbiamo fatto una riunione con un po’ di analisi del voto. I nostri candidati sono semplici cittadini, non c’era nessun nome di richiamo. E hanno preso tutti i voti che potevano prendere. Quello che è mancato è stato il voto al Movimento.

Questa emorragia del voto d’opinione è dunque dovuta ad errori fatti a livello nazionale?

È sicuramente un riflesso di errori commessi a livello nazionale. Abbiamo avuto il caso dell’attivista arrestato per ‘ndrangheta, l’esclusione dalle liste delle regionali di Francesca Chirillo, attivista molto nota e sulla cui posizione nessuno ha mai spiegato nulla. Ha pesato anche l’espulsione dei quattro attivisti di Occupypalco, che hanno protestato al Circo Massimo. In tanti ci hanno chiesto di rendere conto di queste decisioni.

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A Roma circola con insistenza la voce di elezioni anticipate se Renzi…

Un sondaggio fotografa che Ignazio Marino è apprezzato poco o nulla da 4 romani su 5. E che la giunta da lui guidata che amministra la Capitale è apprezzata solo dal 16% dei suoi elettori. Il suddetto sondaggio è stato commissionaro all’istituto Swg proprio dal Pd di Roma. E sempre il suddetto sondaggio è stato pubblicato oggi sulle pagine di Repubblica. Non è difficile unire i puntini e capire che all’interno del partito ci sia qualcuno che abbia voluto tirare una mazzata sulla testa del sindaco. Capire chi è stato è praticamente impossibile. Perché l’ex senatore Democratico in un anno e mezzo di mandato si è messo contro tutti i pezzi del partito. Ma proprio tutti.

Tant’è che nelle ultime settimane circola con insistenza ossessiva uno scenario che qualche mese fa sembrava incredibile, ma che oggi è il più accreditato nei conciliaboli quotidiani in Campidoglio: se Matteo Renzi decide di andare a elezioni anticipate, la giunta cade e si sfrutta il traino delle nazionali per votare anche a Roma.

Le incognite da qui al tempo delle decisioni fattive sono tante. Ma da pour parler, la caduta anticipata della giunta è diventata una delle opzioni studiate nelle war room di tutte le componenti democratiche. Spiega un importante esponente del partito con ottime entrature a Palazzo Chigi: “Renzi non ha nessuna voglia di intestarsi una campagna elettorale a Roma mentre è ancora in sella. Ne avrebbe solo da rimetterci. Ma i suoi parlano sempre più spesso di elezioni anticipate, una volta passato il semestre di presidenza Ue. E ci stanno facendo capire di tenerci pronti”.

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