A Roma circola con insistenza la voce di elezioni anticipate se Renzi…

Un sondaggio fotografa che Ignazio Marino è apprezzato poco o nulla da 4 romani su 5. E che la giunta da lui guidata che amministra la Capitale è apprezzata solo dal 16% dei suoi elettori. Il suddetto sondaggio è stato commissionaro all’istituto Swg proprio dal Pd di Roma. E sempre il suddetto sondaggio è stato pubblicato oggi sulle pagine di Repubblica. Non è difficile unire i puntini e capire che all’interno del partito ci sia qualcuno che abbia voluto tirare una mazzata sulla testa del sindaco. Capire chi è stato è praticamente impossibile. Perché l’ex senatore Democratico in un anno e mezzo di mandato si è messo contro tutti i pezzi del partito. Ma proprio tutti.

Tant’è che nelle ultime settimane circola con insistenza ossessiva uno scenario che qualche mese fa sembrava incredibile, ma che oggi è il più accreditato nei conciliaboli quotidiani in Campidoglio: se Matteo Renzi decide di andare a elezioni anticipate, la giunta cade e si sfrutta il traino delle nazionali per votare anche a Roma.

Le incognite da qui al tempo delle decisioni fattive sono tante. Ma da pour parler, la caduta anticipata della giunta è diventata una delle opzioni studiate nelle war room di tutte le componenti democratiche. Spiega un importante esponente del partito con ottime entrature a Palazzo Chigi: “Renzi non ha nessuna voglia di intestarsi una campagna elettorale a Roma mentre è ancora in sella. Ne avrebbe solo da rimetterci. Ma i suoi parlano sempre più spesso di elezioni anticipate, una volta passato il semestre di presidenza Ue. E ci stanno facendo capire di tenerci pronti”.

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La faccia di Barroso

Una mitomane raggiunge Barroso e gli legge un testo sull’Ue come “un pezzo del piano del Nuovo Ordine Mondiale per distruggere la terra e gli animali”. La faccia del presidente della Commissione Ue è da antologia.


Leopolda, follow the money

La Leopolda arriva in Parlamento. Dopo tante battute sui parlamentari del Pd che hanno dato l’assalto al palco della kermesse di Matteo Renzi, l’appuntamento di Firenze che inizia oggi fa il percorso inverso. Un tragitto che rischia di non piacere al premier, a Maria Elena Boschi a Luca Lotti e a tutti quelli che hanno organizzato l’evento.

È Sel a trascinare i Renzi boys davanti alle Camere. Con un’interrogazione parlamentare firmata da Arturo Scotto ma sottoscritta dall’intero gruppo di Montecitorio. Il motivo? Chiedere spiegazioni al ministro dell’Economia e a quello dello Sviluppo Economico in merito ai tanti finanziatori che dal 2012 irrorano le casse della fondazione Open, e che contestualmente nel tempo sono arrivati a coprire importanti cariche pubbliche.

I casi più eclatanti sono quelli di Alberto Bianchi – che oltre ad aver donato 30mila euro della fondazione è Presidente, e che, nell’ultima infornata di nomine di Palazzo Chigi è stato promosso nel cda dell’Enel – e di Fabrizio Landi, cda di Finmeccanica che ha tirato fuori dal portafoglio 10mila euro.

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Una fiducia ogni dieci giorni. Come Renzi nessuno mai

Nel Pd non c’è un pensiero unico, “ma ci sono momenti in cui c’è la fiducia in ballo, c’è il paese in ballo. È in quei momenti che si deve viaggiare tutti insieme”. Insomma, quando si tratta di un voto di fiducia al governo non ci sono se e ma che tengano.Parole di Matteo Renzi, lo scorso dieci ottobre.

Ma che succede se il Parlamento si trova a licenziare provvedimenti esclusivamente (o quasi) vincolati alla sopravvivenza dell’esecutivo? È vero, da un lato c’è l’esigenza di dare una svolta riformatrice al paese, di mettere in cantiere una lunga serie di decreti d’urgenza che sveltiscano la messa in pratica delle leggi. Decreti che necessitano di un’approvazione da parte delle Aule dopo non più di due mesi. Così la fiducia, che nei fatti strozza e contingenta un dibattito altrimenti lungo e spesso inconcludente, è un buon modo per aggirare l’ostruzionismo parlamentare e non lasciar decadere il lavoro del Consiglio dei ministri.

Numeri alla mano, le cifre del governo Renzi sono però impressionanti. In appena otto mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi Maria Elena Boschi si è presentata 11 volte alla Camera e 12 al Senato – tredici con il voto sul processo civile di oggi a Palazzo Madama – per porre la questione di fiducia principalmente su atti del governo (due volte, in sua vece, lo hanno fatto i ministri Andrea Orlando e Marianna Madia).

In percentuale, circa il 75% dei testi usciti dal Parlamento e diventati normativa vigente sono stati indissolubilmente legati alla sopravvivenza del governo. Del restante quarto, numerosi sono gli atti di ratifica di trattati e convenzioni internazionali, rarissimi i casi di leggi nate da un’iniziativa parlamentare.

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Albano, il demonio, i miracoli e Guido Veneziani, il nuovo proprietario dell’Unità

Ci voleva un miracolo per ridare slancio alla malconcia Unità, 30 milioni di euro di debiti e un costo di gestione di 900 mila euro l’anno. E di avvenimenti al di fuori dell’ordinario Guido Veneziani è un esperto. Si chiama proprio Miracoli uno degli ultimi settimanali editi dalla Gve, il gruppo di cui Veneziani è al vertice, e nel primo numero sparava l’incredibile confessione di Albano Carrisi: “Ho sconfitto 3 volte il demonio”.

A preoccupare il comitato di redazione del giornale fondato da Gramsci non erano entità ultraterrene, ma il collegio dei liquidatori: se non fossero arrivate offerte concrete entro il 31 ottobre, le speranze di rinascita della storica testata sarebbero state azzerate. Così, dopo l’annuncio del tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, i giornalisti mostrano il proprio cauto ottimismo: “Sembra una buona offerta. Siamo contenti che sia arrivata da un editore puro”. Informalmente le battute sono tante, così come serpeggia una certa preoccupazione: “Prenderanno 25, massimo 28 giornalisti, ma eravamo in 60. Sic transit gloria mundi, se gloria è mai stata”.

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Un Di Pietro in formissima (che parla di Milano, del fare il sindaco, di Casaleggio e del M5s)

È in forma come mai negli ultimi tempi. I suoi ex compagni di strada gli hanno sfilato da sotto il naso partito e cordoni della borsa? Lui non fa una piega: “Sbagliate ad appiattirvi sul Pd”, saluta cortesemente e se ne va. La sua è un’altra strada. La spiegò un paio d’anni fa: “Mi diceva di andare contro la partitocrazia, di forzare la legge elettorale e andare alle elezioni da soli. Io pensavo che l’essere nelle istituzioni era decisivo, e dunque era necessario stringere alleanze. Devo dire che oggi i fatti sembrano dare ragione a lui”. Quel lui era Gianroberto Casaleggio, all’epoca consulente per l’Italia dei Valori. Consigli che dopo anni hanno dato i suoi frutti: “Mi candido a sindaco di Milano, un progetto rivolto ai cittadini. Chi mi conosce sa che non posso interloquire con il sistema, ma solo con chi ne sta fuori”. Qualche giorno fa due senatori del Movimento 5 stelle ragionavano: “Dovrebbe candidarsi con noi. Da un lato sarà un problema, non possiamo presentare chi è stato eletto con altri partiti, dall’altro sarebbe una fortuna, nelle amministrative ci serve qualche nome forte da spendere”. Lui non conferma ne smentisce, anche se quel che dice sembra portare in un’unica direzione. Parla volentieri al telefono, e quando pensa di non riuscire a farsi capire premette: “Questa gliela dico in dipietrese”.

Dunque si candida a sindaco o no?

Va bene, a lei glielo dico. Mi candido. Faccio una proposta alla città per tempo. Lo diceva mia nonna: avviandoti per tempo cerchi di arrivare in orario.

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Se M5s non se la passa bene, anche tra i fuoriusciti non è che siano rose e fiori

Centosessantotto. Otto voti di margine sulla maggioranza necessaria. Puntuale come la marea, torna ad affacciarsi l’incubo dei voti al Senato. E si rispolverano i pallottolieri dall’armadio. Complice il voto sul Def di qualche giorno fa. Il governo avrebbe rischiato una clamorosa bocciatura – tecnicamente risolvibile ma politicamente deflagrante – se non fosse stato per il voto di Luis Orellana. Il semaforo verde dell’ex grillino ha fatto tirare un sospiro di sollievo a Palazzo Chigi. Ma ha contemporaneamente acceso un campanello d’allarme.

Con una Forza Italia che bascula tra il soccorso amico e l’opposizione intransigente, è sufficiente che otto tra i sostenitori della maggioranza siano a letto con l’influenza per far tremare le vene a Matteo Renzi e ai suoi.

Ad oggi possono fare affidamento su 107 voti del Pd, 31 di Ncd, 10 dei Popolari per l’Italia, 7 di Scelta Civica e 13 delle Autonomie. 168, appunto. Un numero che fa dormire soldi tranquilli. Dalla presidenza Democratica, al primo piano di Palazzo Madama, si spiega che “quello dell’altro giorno è stato solo un incidente, come tanti se ne sono visti anche con maggioranze più solide”.

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Retroscena: ecco perché è collassato l’Efdd, il gruppo di Grillo e Farage

L’accusa è durissima. Sono circa le 15.00 quando l’Ukip diffonde una nota. La citiamo in originale:

Concerning her resignation, Ms Grigule told the secretary general of the EFDD Group that “I had to do it to get elected.” She told the General Secretary of the EFDD Group that the EPP chairman Manfred Weber and European Parliament Martin Schulz told her she must resign from the EFDD Group in order to attain the presidency of a Parliamentary delegation to Kazakstan.

In poche parole: i due leader del Ppe e dei socialisti avrebbero detto all’europarlamentare Iveta Grigule: “Se lasci il gruppo di Grillo e Farage ti nominiamo presidente della delegazione europea in Kazakstan“. L’interessata sarebbe così andata dal segretario generale dell’Efdd con in mano le dimissioni, spiegandogli: “Devo farlo per essere eletta”.

Da qui, secondo gli uomini del leader britannico, sarebbe nato il caso che ha portato la politica lettone a far mancare la settima nazionalità necessaria alla formazione del gruppo, e al conseguente dissolversi della compagine di Ukip e M5s.

Il bello è che qualche minuto prima dell’ufficializzazione delle dimissioni la Grigule era stata eletta ai vertici della delegazione in questione, tra lo stupore generale dei suoi colleghi. Un fatto senza precedenti nella breve storia di questa legislatura.

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“I primi quattro anni la Leopolda è andata all’assalto del Pd. Quest’anno è il Pd che va all’assalto della Leopolda”

Leopolda non di lotta, Leopolda di governo. Dopo anni passati a professare il verbo della rottamazione da quel di Firenze, la quinta edizione della kermesse di Matteo Renzi va in scena quando il padrone di casa ricopre la doppia carica di presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico.

Difficile pensare ad un canovaccio barricadero in una situazione in cui quel che c’era plasticamente da rottamare si è rottamato. Un renziano di lungo corso sintetizza la questione a suo modo: “I primi quattro anni la Leopolda è andata all’assalto del Pd. Quest’anno è il Pd che va all’assalto della Leopolda”.

Così il compito più arduo di chi la sta organizzando è quello di gestire le tante ambizioni di chi vorrebbe salire sul palco. È Maria Elena Boschi a gestire l’intera partita, dal programma alla raccolta fondi, passando per la comunicazione e la diffusione sui social network. È lei ad aver ufficializzato con un tweet l’apertura del sito, ed è lei che ha l’ultima parola su ogni aspetto. Nelle more del Renzi-style, per cui, spiegano, “Matteo poi si sveglia la mattina e decide di stravolgere tutto”.

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Una storia inquietante su chi ha accompagnato Grillo in giro per Genova

Bz7BzOsCQAAbdpmBeppe Grillo, nel suo giro a Genova, è stato “scortato” da tre signori. Nella foto, sono dietro di lui (con il casco, e due alla sua destra).

Come si può vedere molto bene in un video pubblicato dal Corriere della Sera, non sono lì a caso: arrivano con lui, lo accompagnano e quando si accorgono che l’operatore del giornale “non è uno dei nostri”, lo allontanano con poco garbo.

Incuriosito da questo bizzarro “sistema di protezione”, ho pubblicato una foto su Twitter domandandomi:

Un utente mi ha risposto:

Ho fatto una veloce verifica con un collega del Secolo XIX, che ha confermato quanto dettomi su Twitter: Tizzanini (il primo alla destra di Grillo), è lo stesso che diede in escandescenza presentandosi all’ingresso della loro sede.

L’interesse della redazione genovese nasce da un fatto che oggi è stato denunciato dal Cdr:

La redazione del Secolo XIX manifesta la sua solidarietà ai colleghi – giornalisti, videoreporter e fotografi – che questa mattina, mentre svolgevano il loro lavoro, sono stati aggrediti dagli energumeni di cui si è circondato Beppe Grillodurante la sua visita alla popolazione alluvionata di Genova.

Il protagonista dell’irruzione nella sede del quotidiano a giugno e membro oggi della “scorta” di Grillo resasi protagonista della presunta aggressione, si chiama Daniele Tizzanini. È iscritto al Meetup di Genova, dove si presenta come “disoccupato” e “tifoso del Genoa molto conosciuto”.

Tizzanini si difende su Facebook: “Vi posso garantire sul mio onore che nessuno è stato toccato”.

Anche Beppe Grillo affronta sul blog la questione. Lo fa in maniera ambigua. Dice infatti che “Grillo non era accompagnato da alcuna guardia del corpo” (ma le immagini di diversi momenti della giornata testimonierebbero il contrario. Lo stesso Grillo spiega al Tizzanini e agli altri nel video del Corriere: “Che non mi arrivino vicino le telecamere”). Ma sembra anche ammettere che qualche episodio non proprio piacevole si sia verificato: “Il MoVimento 5 Stelle si dissocia da alcuni comportamenti violenti avvenuti a Genova questa mattina durante la visita di Beppe”.

Così come ammise che il comportamento dell’interessato nella sua irruzione al Secolo di giugno fu censurabile: “Il M5S esprime solidarietà nei confronti della redazione del Secolo XIX. Il M5S è contro qualsiasi forma di violenza e auspica che non accadano più simili episodi di intimidazioni nei confronti di alcuno.

A proposito di quell’episodio, Michele Di Salvo, blogger che segue il M5s, scrisse:

Daniele Tizzanini è già stato condannato a due anni e due mesi di carcere per lesioni e resistenza, ed è noto a Genova (e lui se ne vanta) come capo ultras particolarmente violento.

Lo stesso Di Salvo diffuse un’immagine nella quale il Tizzanini si sarebbe vantato pubblicamente di uno scambio di messaggi privato in cui minacciava il proprio interlocutore di morte, che avrebbe assoldato qualcuno per reperirlo tramite le tracce da lui lasciate sul web e chiudeva: “Io problemi di venirti a spaccare tutti i denti in bocca e poi costituirmi ci metto un attimo”.


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