Ecco cosa c’è nella lenzuolata pro-concorrenza di Renzi

Banche, fondazioni, servizi pubblici locali, municipalizzate, poste, energia, avvocati, notai. Quella che Matteo Renzi si appresta a portare nel prossimo Consiglio dei ministri è una lenzuolata di misure per favorire lo sviluppo della concorrenza in settori storicamente ingessati da far impallidire quella ormai storica del Bersani ministro dello Sviluppo.

La pioggia di nuove misure parte dallo stesso ministero che fu dell’ex segretario, guidato oggi da Federica Guidi. Il testo è blindatissimo, non è stato trasmesso neanche ai più stretti collaboratori del ministro, per evitare fughe di notizie. Ma la traccia è chiara. Perché – spiegano da via Molise – la Guidi non ha fatto altro cherecepire in un testo normativo la “Segnalazione” trasmessa a Parlamento e istituzioni dall’Antitrust lo scorso luglio.

Un testo al quale ovviamente i tecnici del ministero hanno fatto la tara, mettendo a sistema i punti di più diretta applicazione. E che da qui a venerdì sarà oggetto di una serratissima trattativa all’interno della maggioranza, con Ncd e i suoi ministri (in particolar modo Maurizio Lupi e Beatrice Lorenzin) che già hanno iniziato ad avanzare obiezioni.

Quattro giorni di mediazioni sono lunghissimi, ma la cornice è assai corposa, e l’elenco di settori interessati potrebbe essere lunghissimo. Si parte dall’annosa battaglia sulla liberalizzazione e sull’aumento della concorrenzialità nel settore delle assicurazioni, con un focus particolare al contenimento dei costi sull’Rc auto.

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Grillo cancella il suo tour mondiale

“Canceled”, “Cancelled”, “Abgesagt”, “Annullato”. Il Rabdomante tour non s’ha da fare. Non ora almeno. Beppe Grillo doveva esordire con un novo spettacolo da portare in giro per il mondo il prossimo 13 marzo, alla prestigiosa Town Hall di New York. Lo spettacolo non si farà. Così come non si terranno le altre date finora previste in calendario: Londra, Locarno, Zurigo, Colonia, Stoccarda, Bruxelles e Monaco.

Su tutti i siti di prevendita viene comunicata la cancellazione dell’evento. Rimane in piedi, stando al web, solo lo show nella capitale belga. Ma, ci viene spiegato, anche quello è da considerarsi annullato. Non si sa che fine farà il Rabdomante tour. Forse verrà riproposto dopo l’estate, in autunno. Forse è definitivamente archiviato. Una decisione in questo senso ancora non è stata presa.

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M5s(yriza)

All’inizio, nei primissimi istanti dopo la vittoria, era tutto un “sì, ma…”, “bravi, però…”, “belle idee, tuttavia…”. È però bastata una manciata di giorni per allineare il Movimento 5 stelle su binari paralleli a quelli su cui si sta muovendo Alexis Tsipras. Una volta visto che Matteo Renzi ci parla ma senza metterci il cappello, che le trombe di Nichi Vendola su quel versante sembrano sfiatate, gli uomini di Beppe Grillo hanno deciso di adottare con convinzione la battaglia anti-austerity e anti-Merkel che i descamisados greci (Tsipras e il suo ministro dell’Economia Varoufakis in primis) stanno portando in giro per il Vecchio continente.

È lo stop dato dalla Bce ai bond ellenici a innescare la miccia. E a scatenare la reazione di due membri del Direttorio: “È un attentato finanziario alla Grecia. Stop alle garanzie e spread schizza a +126 altro che Europa dei popoli”, tweetta Carlo Sibilia. “Tsipras resisti! Non cedere ai ricatti della Troika e non fidarti dei Renzi e dei Draghi, collaborazionisti dell’Europa delle banche”, gli fa eco Alessandro Di Battista.

Dopo la sbornia comunicativa legata al Quirinale, percepita dall’opinione pubblica come una vittoria di Matteo Renzi, l’alzarsi del livello di scontro tra Atene e Berlino, con il coinvolgimento a vari livelli di tutte le altre capitali europee, viene visto come un modo per uscire dall’angolo e rilanciare un tema caro al Movimento come quello dell’uscita dall’euro. Un paio di giorni fa, quando Tsipras è sbarcato a Roma, i grillini hanno tentato invano un inserimento last minute nel suo programma di incontri. Nulla di fatto, ci si dovrà aggiornare più in là.

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Mentre Tsipras arriva a Roma i suoi fans italiani si spaccano (ancora)

Alexis Tsipras arriva in Italia. Parla con Matteo Renzi, stringe mani nel belpaese dopo averlo fatto non più di qualche giorno fa in patria, sull’onda di un clamoroso successo che l’ha proiettato direttamente alla guida del paese. I suoi omologhi italiani arrancano, ancora incapaci di metabolizzare il risultato di un’elezione europea in chiaroscuro, ma che mai si sarebbe immaginato potesse provocare uno svolazzamento di stracci come quello messo in scena dai fan italiani del leader greco.

Dopo aver incassato la quasi ferale notizia che l’ex compagno di strada e ormai Democratico Gennaro Migliore svolgerà le funzioni di ufficiale di collegamento tra Palazzo Chigi e il quartier generale di Syriza, l’Altra Europa con Tsipras riesce a spaccarsi ancora una volta, proprio alla vigilia dell’arrivo del grande ispiratore a Roma.

E, ancora una volta, otto mesi dopo, torna a farlo sul risultato delle elezioni per Strasburgo. La miccia l’ha accesa Curzio Maltese, dal palco di Human factor, la kermesse milanese dello scorso weekend, “che è stata percepita come un evento di Sel ma era promosso da tutta l’altra europa”, spiegano.

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Ex Dc in ghingheri, amazzoni a lutto, Renzi che gongola. L’esordio di Mattarella in Parlamento

Fare un salto in Transatlantico un’ora prima del giuramento da presidente della Repubblica di Sergio Mattarella significa riavvolgere il nastro della storia di almeno vent’anni. C’è Paolo Cirino Pomicino che non sta nella pelle, gira come una trottola, sorride e stringe mani, quasi dovesse, ancora una volta, portare una manciata di voti a sostegno dell’ultima finanziaria. C’è Luigi Castagnetti, che si siede serafico in mezzo a un gruppetto di amici. C’è Tonino Russo, ci sono Totò Cardinale, Vito Riggio e Rosario Crocetta, che scruta la situazione dall’ingresso della buvette. Ci sono Guido Bodrato e Pier Ferdinando Casini, due generazioni a confronto, un’unico brodo culturale. Quello della Democrazia cristiana pronta ad acclamare il suo presidente.

Ma davanti a un’Aula rigonfia, dove chi arriva con qualche secondo di ritardo non trova nemmeno uno strapuntino libero su cui sedersi, al cospetto di tribune piene in ogni ordine e grado, dove si alternano Gianfranco Fini e il vicario romano di Papa Francesco, il cardinale Agostino Vallini, giornalisti e vecchi amici, dignitari di stato e familiari, ad applaudire è l’intero arco costituzionale.

Chi più chi meno, chi forte e chi piano, chi con convinzione e chi per salvare le apparenze, tutti i partiti si spellano le mani. Alla fine l’applausometro toccherà quota quarantadue, un record per un discorso durato esattamente 30 minuti, dalle 10.01 alle 10.31. Più di un applauso al minuto, con i grandi elettori del Pd a soffiarsi sui palmi per la fatica, e quelli di Movimento 5 stelle e Lega assai più rilassati.

Ad attendere Mattarella in aula è il governo, che già dieci minuti prima dell’ingresso del neo Presidente occupano i propri banchi in ogni ordine e grado. Non è la loro giornata. Lo si avverte quando Matteo Renzi sbuca in Transatlantico. Sembra uno qualunque, un peones, con i giornalisti che quasi lo ignorano puntando telecamere e taccuini sul tappeto rosso che percorrerà il Capo dello stato. Il premier si va a sedere al posto che gli spetta, sembra non stare nella pelle. Ride scherza, ammicca, si lancia segnali con i deputati Dem, già schierati a cinque metri di distanza.

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“Nel «partito personale» non c’è spazio (al massimo c’è tolleranza, spesso accompagnata a fastidio) per le posizioni di minoranza”

Da una proposta di legge firmata da Sergio Mattarella nel 2006:

“Il «partito personale» è un partito il cui il leader è il partito stesso. Le sue decisioni non sono deliberate ma al massimo ratificate, sono comunicate, normalmente, attraverso i mezzi di informazione. Le «fortune» del partito coincidono con quelle del suo capo e, dunque, tutto il partito lavora per il successo personale del leader.
I dissensi, se espressi pubblicamente, vengono interpretati come azioni contro il partito. Il capo è attorniato da una équipe di fedeli collaboratori che lo consigliano, lo proteggono e condividono con lui, quantunque essi non siano stati eletti ma normalmente solo designati, quote di responsabilità di direzione della gestione del partito e di definizione della linea politica. Il grado di fedeltà al capo misura – per gli interlocutori esterni e in particolare per i media – il tasso di affidabilità e di rappresentatività del pensiero del capo.
Nel «partito personale» non c’è spazio (al massimo c’è tolleranza, spesso accompagnata a fastidio) per le posizioni di minoranza: con il capo si è d’accordo o non lo si è, e, se non lo si è, normalmente si è indotti a lasciare il partito poiché, appunto, il partito coincide con il suo leader”


“Non si appartiene più al partito, ma è il partito che mi appartiene: «il mio partito». E così per il governo: «il mio governo»”

Da una proposta di legge firmata da Sergio Mattarella nel 2006:

“Potere mediatico e fiducia popolare sono i due volti della personalizzazione della leadership, è cosi che nasce il «partito del leader». Si afferma, nota Calise, un nuovo tipo di voto, il voto «impressionista», un voto in cui i leader contano molto più dei partiti; la personalizzazione ha cosi la meglio sui programmi, «le impressioni finiscono col prendere il posto delle opinioni» (M. Calise, La Terza Repubblica. Partiti contro Presidenti, Laterza, Roma-Bari, 2006, pp.  76-77). Il peso del voto impressionista è dato dal fatto di essere particolarmente diffuso tra gli elettori fluttuanti e indecisi, tra coloro che, decidendo all’ultimo minuto per chi votare, finiscono per essere determinanti. Sono elettori con livelli di istruzione inferiori alla media e fondamentalmente disinteressati all’approfondimento di tematiche complesse, che con grande facilità si lasciano sedurre dall’effetto leadership. E, dall’altra parte, si può notare come ormai sia passato nel linguaggio comune l’uso dell’aggettivo possessivo «mio» riferito sia al governo che al partito. Non si appartiene più al partito, ma è il partito che mi appartiene: «il mio partito». E così per il governo: «il mio governo». Ma giustamente rilevò Norberto Bobbio: «partito personale è una contraddizione in termini. Il partito per definizione è una associazione di individui che stanno insieme per raggiungere uno scopo comune (…)». E aggiunse: «Quanti siano nel nostro paese i partiti personali, non so. So soltanto che se in altri paesi può sorgere e presto sparire il partito personale, come quello di Poujade in Francia, in Italia il partito fatto su misura sta diventando la regola» (N. Bobbio, Italica follia, La Stampa, 22 ottobre 2000). Il nostro sistema democratico risulta, così, stravolto e sempre più frammentato”


“Allearsi con gli xenofobi? Tsipras può”

“È tutto nuovo, è un nuovo capitolo della politica europea, non lo si può rinchiudere nei canoni tradizionali”. Non importa quante possibilità abbia Alexis Tsipras di sovvertire l’ordine continentale. Non importa nemmeno che si allei con una destra con tendenze xenofobe. “Non è realpolitik”, perché si sta parlando di “uno sconvolgimento degli schemi originari”, davanti ai quali questo tipo di obiezioni non tiene. Così come non tengono i paragoni con lo scenario italiano, con i Vendola e con i Renzi che tirano per la giacchetta il recente vincitore delle elezioni in Grecia: “Non vedo proprio come abbiano ragion d’essere, in cosa risieda il parallelo. Una questione generazionale? La prestanza fisica? Stiamo parlando di due cose radicalmente diverse”. Fausto Bertinotti vede in Tsipras quella sinistra 2.0 che invano per decenni i movimenti di tutt’Europa, Italia compresa, hanno provato a costruire con esiti tutt’altro che trionfali.

Entriamo nel cuore del problema. Il primo atto del vincitore è stato quello di allearsi con il leader di un partito che molti osservatori descrivono come reazionario e xenofobo.

La fermo subito. Siamo davanti a un caso rispetto al quale le letture tradizionali devono essere dismesse. Quello che è accaduto ieri rappresenta un nuovo capitolo della politica europea, e i canoni tradizionali non servono ad altro che a portare fuori strada. Syriza è una vicenda del tutto inedita per la sinistra.

Perché nuova?

Perché i nuovi partiti di sinistra sono sempre nati su canoni conservativi. È sempre funzionato che una costola di un partito già esistente rompesse per difendere diritti acquisiti, per tutelare l’esistente. Anche la storia di Rifondazione comunista è stata questa, così come un po’ tutta la storia del Movimento Operaio. Syriza, come anche Podemos, sono frutto di una nuova stagione, sono movimenti nuovi e non costole, perché là dove sono nati le sinistre storiche sono morte.

Le dimensioni del Pasok sono effettivamente ridottissime. Ma insisto: pur con tutti gli elementi di novità da lei evidenziati, Syriza si è comunque alleata con una destra che c’entra poco con la sua sia pur brevissima storia politica.

Sì, ma senza quel punto di partenza non se ne può discutere. Vede, è la prima volta che il populismo ha avuto uno sbocco a sinistra. Finora si è incanalato o in movimenti di destra, si veda Marine Le Pen, o in soggetti difficilmente inquadrabili, come quello di Beppe Grillo. Ma Tsipras è riuscito a incanalare a sinistra lo scontro sociale prevalente in questi anni, quello tra l’alto e il basso della collettività. Esclusi Nd e Pasok, forze tradizionalmente di governo, tutti gli altri competitor hanno battuto su questo tasto. Oggi Syriza, tra questi, è in posizione dominante, e sulla base di quello stabilisce le alleanze. Io mi fido di Tsipras, alla luce di quel che ha fatto finora, bisogna aspettare. E dargli credito.

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M5s si fa tentare dall’idea di Prodi

“Cara/Caro parlamentare del Partito Democratico, le chiediamo, dopo averlo chiesto al presidente del suo partito, di esprimere le sue preferenze per i candidati alla presidenza della Repubblica. I nomi proposti dai parlamentari del Pd saranno votati dagli iscritti al M5S on line nei prossimi giorni”.

La mail, inviata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio utilizzando l’indirizzo parlamentari@beppegrillo.it, piomba nelle caselle degli onorevoli Democratici alle 16.50. In calce, il link al blog che ne certifica l’autenticità. Una mossa in qualche modo anticipata dall’ex comico sul palco della Notte dell’onestà, quando ha chiesto al Pd, e non più a Renzi come da hashtag di un paio di giorni prima, di offrire una rosa di nomi per il Quirinale.

Il Movimento 5 stelle non può arrivare alle prime tre votazioni e infilare nell’urna una scheda bianca. “Ma ti pare? Certificheremmo il fatto che partecipiamo anche noi a questa guerra fra bande”. C’è un problema di opportunità. Che comprende le modalità tecniche del voto, ma anche il fatto che in qualche modo la rete venga consultata. Scartate, almeno per il momento, le primarie aperte stile 2013, per timore di un “effetto Magalli” che potrebbe trasformarle in barzelletta.

Ma poi c’è anche una questione politica. La spiega un membro del Direttorio: “C’è un fronte anti-Nazareno nel Pd? Se sì ci faccia dei nomi, altrimenti dimostrano di essere ancora una volta un partito unico con Berlusconi. Noi le proposte le chiediamo al Pd, non a Renzi. Poi consulteremo la rete”. Sono ore convulse tra i 5 stelle, perché lo stesso Direttorio, che pure ha mantenuto in queste ore un filo costante con Genova e Milano e che stamattina si era riunito per fare il punto, non conosceva il dettaglio e la tempistica della missiva dei due leader. Una lettera che ha spazzato via dal tavolo le notizie che si erano rincorse per tutta la giornata, prima di un’assemblea congiunta di deputati e senatori, poi di una riunione del Direttorio e dei capigruppo con Grillo e Casaleggio. Quest’ultima rimane un’ipotesi in ballo, ma è probabile che alla fine il confronto sarà solamente telefonico.

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Tutti i numeri della nuova maggioranza che oggi ha votato al Senato

Il numero è 175. Sono 175 (compresi 5 astenuti) contro 116 al primo emendamento Gotor, sono 168 contro 108 al secondo emendamento Gotor, sono nuovamente 175 contro 110 all’emendamento Esposito, quello che suggella l’intesa fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Quando il tabellone del Senato si illumina con l’esito delle votazioni, il Transatlantico si anima.

Pallottoliere alla mano, i voti di Forza Italia sono stati determinanti. Dall’Aula esce Maurizio Gasparri. Un foglietto stropicciato in mano. È il resoconto di come ha votato il suo gruppo. È la certificazione che la maggioranza è cambiata.

Il vicepresidente del Senato legge i numeri, scarabocchiati con una biro blu sulla carta intestata di Palazzo Madama: “In 46 del nostro gruppo hanno votato contro l’emendamento, più 4 di Gal”. Sono 50 in tutto. Se avessero votato come era stato deciso 48 ore prima, il Governo sarebbe inesorabilmente andato sotto, con conseguenze politiche inimmaginabili.

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