“Indipendentemente dal senso del dovere e, forse, dall’amore”

“E in quel momento Sherman fece la tremenda scoperta che prima o poi tutti gli uomini fanno a proposito dei loro padri. Per la prima volta si rese conto che l’uomo davanti a lui non era un padre che sta invecchiando, ma un ragazzo, un ragazzo molto simile a lui, un ragazzo cresciuto che aveva avuto un figlio suo e che, facendo del suo meglio indipendentemente dal senso del dovere e, forse, dall’amore, aveva assunto il ruolo di padre perché questo figlio avesse al suo fianco un essere mitico e infinitamente importante: un protettore che lo avrebbe difeso da tutte le eventualità di caos e di catastrofi nella vita. E ora il ragazzo, quell’ottimo attore, era diventato vecchio, fragile e stanco, soprattutto ora, più che mai, al pensiero di dover rientrare dentro la corazza del protettore, tanto tardi nella vita”.

(Il falò delle vanità, Tom Wolfe)

Dal piccolo carro del renzismo al grande carro del governo

“Tutti possono entrare nella grande famiglia di Matteo Renzi, a meno che non militino nella sinistra, che fu bersaniana, del partito”. Così un sornione esponente proprio di quel pattuglione che, nei mesi, è rimasto fedele all’idea di Pier Luigi Bersani di costruire un partito socialdemocratico italiano sintetizza la nomina di Paola De Micheli a sottosegretario all’Economia. Una renziana salita su un carro in corsa che entra nella stanza dei bottoni dell’esecutivo insieme a Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione. Ma quella del cavallo rampante del renzismo siculo delle origini è una storia scritta da tempo. Il suo nome è stato accostato in viale Trastevere in tempi non sospetti, dopo l’uscita di Roberto Reggi in direzione del Demanio. Al punto che Faraone rimase volutamente escluso dal rimpasto della segreteria Democratica proprio in attesa del grande salto. La storia della De Micheli è più complessa e articolata.

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Berlusconiani e alfaniani delusi, ex finiani, Forconi. Ecco chi c’è nella Lega Sud di Salvini

Guai a chiamarla “Lega sud”. Gli interessati bloccano subito l’incauto autore della semplificazione: “Si parla di un progetto che va verso la Lega dei popoli, non si chiama Lega Sud”. Nei fatti, però, di un Carroccio in salsa meridionale si tratta. Lanciato una settimana fa da Matteo Salvini, è il contenitore che dovrebbe raccogliere le istanze leghiste nel Meridione d’Italia.

Sono il senatore Raffaele Volpi e il deputato Angelo Attaguile le menti dell’operazione. “Dopo l’elezione a segretario Salvini mi ha chiamato e mi ha proposto questa sfida, ho subito accettato, la politica è la mia malattia”, spiega Volpi, per nove anni responsabile degli Enti locali della Lega lombarda. Un’operosità sfociata nell’annuncio del segretario, e in una girandola di riunioni (l’ultima appena ieri negli uffici di Palazzo Madama), che porterà fra una decina di giorni alla presentazione di un simbolo (“Lega dei Popoli con Matteo Salvini”, dovrebbe essere la dicitura) e di un progetto compiuto.

“Lunedì andremo a parlare con una serie di professionisti a Napoli, abbiamo stabilito un dialogo proficuo con gli autonomisti sardi e siculi, con tantissime associazioni territoriali, con Fare Ambiente e il professor Vincenzo Pepe“, spiega Attaguile, già uomo di Raffaele Lombardo, transitato dall’Mpa al Pdl e quindi alla Lega.

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“Grillo ci ha lasciato soli, dallo staff nessuna trasparenza, paghiamo le scissioni interne”. Parla il candidato M5s a Reggio Calabria

Camera 2013: 24.747. Europee, giugno 2014: 12.891. Comunali, ottobre 2014: 1.783. La progressione del Movimento 5 stelle a Reggio Calabria è impressionante. E non basta più, non solo almeno, il distinguo tra elezioni politiche e voti amministrativi dietro cui gli esponenti stellati si sono sempre difesi quando si è trattato di giustificare un voto locale sotto le aspettative. Vincenzo Giordano, 44 anni, architetto, lo sa. Era il candidato sindaco nel capoluogo calabrese, e dopo quella che lui stesso definisce una “debacle” spiega con coraggio che la sua è stata una complicata battaglia in un territorio ancora più complicato, ma anche che non ci si può fermare a questo.

Dottor Giordano, l’emorragia dei voti è impressionante.

Sicuramente c’è stato un calo che non ci aspettavamo. Ora, noi non speravamo in numeri altissimi. Secondo le nostre previsioni, però, avremmo dovuto prendere tra il 4% e il 6%, eleggere uno o due consiglieri. Conosciamo come è fatta la città, per questo sapevamo che un confronto con le politiche o con le europee non era fattibile.

La sola differenza sulla natura diversa del voto non può però bastare.

Alle europee, e ancora di più alle politiche, abbiamo beneficiato soprattutto di un voto di protesta. Questa dinamica non funziona più molto, ancor di più nell’ambito di elezioni locali. Ci è mancato il contributo di un voto d’opinione che crede nel Movimento 5 stelle. Il nostro elettorato è rimasto a casa. Gran parte dei 53mila cittadini di Reggio rimasti a casa fanno parte di quelli che ci votavano.

In un post su Facebook lei ha ammesso che alcuni errori sono stati fatti.

Certamente. Magari non siamo stati così incisivi sul territorio come avremmo voluto, malgrado abbiamo portato avanti con forza tutte le nostre battaglie sugli sprechi e sul malaffare della città fino all’ultimo. Ma vede, c’è un problema…

Quale?

Noi avevamo un’unica lista, con me come sindaco e 21 consiglieri comunali. I candidati di centrodestra e centrosinistra avevano dalle 9 alle 11 liste di appoggio. Vuol dire oltre 400 candidati.

Dunque dice che i voti ai singoli candidati è arrivato.

È esattamente quello il problema. Ieri abbiamo fatto una riunione con un po’ di analisi del voto. I nostri candidati sono semplici cittadini, non c’era nessun nome di richiamo. E hanno preso tutti i voti che potevano prendere. Quello che è mancato è stato il voto al Movimento.

Questa emorragia del voto d’opinione è dunque dovuta ad errori fatti a livello nazionale?

È sicuramente un riflesso di errori commessi a livello nazionale. Abbiamo avuto il caso dell’attivista arrestato per ‘ndrangheta, l’esclusione dalle liste delle regionali di Francesca Chirillo, attivista molto nota e sulla cui posizione nessuno ha mai spiegato nulla. Ha pesato anche l’espulsione dei quattro attivisti di Occupypalco, che hanno protestato al Circo Massimo. In tanti ci hanno chiesto di rendere conto di queste decisioni.

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A Roma circola con insistenza la voce di elezioni anticipate se Renzi…

Un sondaggio fotografa che Ignazio Marino è apprezzato poco o nulla da 4 romani su 5. E che la giunta da lui guidata che amministra la Capitale è apprezzata solo dal 16% dei suoi elettori. Il suddetto sondaggio è stato commissionaro all’istituto Swg proprio dal Pd di Roma. E sempre il suddetto sondaggio è stato pubblicato oggi sulle pagine di Repubblica. Non è difficile unire i puntini e capire che all’interno del partito ci sia qualcuno che abbia voluto tirare una mazzata sulla testa del sindaco. Capire chi è stato è praticamente impossibile. Perché l’ex senatore Democratico in un anno e mezzo di mandato si è messo contro tutti i pezzi del partito. Ma proprio tutti.

Tant’è che nelle ultime settimane circola con insistenza ossessiva uno scenario che qualche mese fa sembrava incredibile, ma che oggi è il più accreditato nei conciliaboli quotidiani in Campidoglio: se Matteo Renzi decide di andare a elezioni anticipate, la giunta cade e si sfrutta il traino delle nazionali per votare anche a Roma.

Le incognite da qui al tempo delle decisioni fattive sono tante. Ma da pour parler, la caduta anticipata della giunta è diventata una delle opzioni studiate nelle war room di tutte le componenti democratiche. Spiega un importante esponente del partito con ottime entrature a Palazzo Chigi: “Renzi non ha nessuna voglia di intestarsi una campagna elettorale a Roma mentre è ancora in sella. Ne avrebbe solo da rimetterci. Ma i suoi parlano sempre più spesso di elezioni anticipate, una volta passato il semestre di presidenza Ue. E ci stanno facendo capire di tenerci pronti”.

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La faccia di Barroso

Una mitomane raggiunge Barroso e gli legge un testo sull’Ue come “un pezzo del piano del Nuovo Ordine Mondiale per distruggere la terra e gli animali”. La faccia del presidente della Commissione Ue è da antologia.


Leopolda, follow the money

La Leopolda arriva in Parlamento. Dopo tante battute sui parlamentari del Pd che hanno dato l’assalto al palco della kermesse di Matteo Renzi, l’appuntamento di Firenze che inizia oggi fa il percorso inverso. Un tragitto che rischia di non piacere al premier, a Maria Elena Boschi a Luca Lotti e a tutti quelli che hanno organizzato l’evento.

È Sel a trascinare i Renzi boys davanti alle Camere. Con un’interrogazione parlamentare firmata da Arturo Scotto ma sottoscritta dall’intero gruppo di Montecitorio. Il motivo? Chiedere spiegazioni al ministro dell’Economia e a quello dello Sviluppo Economico in merito ai tanti finanziatori che dal 2012 irrorano le casse della fondazione Open, e che contestualmente nel tempo sono arrivati a coprire importanti cariche pubbliche.

I casi più eclatanti sono quelli di Alberto Bianchi – che oltre ad aver donato 30mila euro della fondazione è Presidente, e che, nell’ultima infornata di nomine di Palazzo Chigi è stato promosso nel cda dell’Enel – e di Fabrizio Landi, cda di Finmeccanica che ha tirato fuori dal portafoglio 10mila euro.

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Una fiducia ogni dieci giorni. Come Renzi nessuno mai

Nel Pd non c’è un pensiero unico, “ma ci sono momenti in cui c’è la fiducia in ballo, c’è il paese in ballo. È in quei momenti che si deve viaggiare tutti insieme”. Insomma, quando si tratta di un voto di fiducia al governo non ci sono se e ma che tengano.Parole di Matteo Renzi, lo scorso dieci ottobre.

Ma che succede se il Parlamento si trova a licenziare provvedimenti esclusivamente (o quasi) vincolati alla sopravvivenza dell’esecutivo? È vero, da un lato c’è l’esigenza di dare una svolta riformatrice al paese, di mettere in cantiere una lunga serie di decreti d’urgenza che sveltiscano la messa in pratica delle leggi. Decreti che necessitano di un’approvazione da parte delle Aule dopo non più di due mesi. Così la fiducia, che nei fatti strozza e contingenta un dibattito altrimenti lungo e spesso inconcludente, è un buon modo per aggirare l’ostruzionismo parlamentare e non lasciar decadere il lavoro del Consiglio dei ministri.

Numeri alla mano, le cifre del governo Renzi sono però impressionanti. In appena otto mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi Maria Elena Boschi si è presentata 11 volte alla Camera e 12 al Senato – tredici con il voto sul processo civile di oggi a Palazzo Madama – per porre la questione di fiducia principalmente su atti del governo (due volte, in sua vece, lo hanno fatto i ministri Andrea Orlando e Marianna Madia).

In percentuale, circa il 75% dei testi usciti dal Parlamento e diventati normativa vigente sono stati indissolubilmente legati alla sopravvivenza del governo. Del restante quarto, numerosi sono gli atti di ratifica di trattati e convenzioni internazionali, rarissimi i casi di leggi nate da un’iniziativa parlamentare.

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Albano, il demonio, i miracoli e Guido Veneziani, il nuovo proprietario dell’Unità

Ci voleva un miracolo per ridare slancio alla malconcia Unità, 30 milioni di euro di debiti e un costo di gestione di 900 mila euro l’anno. E di avvenimenti al di fuori dell’ordinario Guido Veneziani è un esperto. Si chiama proprio Miracoli uno degli ultimi settimanali editi dalla Gve, il gruppo di cui Veneziani è al vertice, e nel primo numero sparava l’incredibile confessione di Albano Carrisi: “Ho sconfitto 3 volte il demonio”.

A preoccupare il comitato di redazione del giornale fondato da Gramsci non erano entità ultraterrene, ma il collegio dei liquidatori: se non fossero arrivate offerte concrete entro il 31 ottobre, le speranze di rinascita della storica testata sarebbero state azzerate. Così, dopo l’annuncio del tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, i giornalisti mostrano il proprio cauto ottimismo: “Sembra una buona offerta. Siamo contenti che sia arrivata da un editore puro”. Informalmente le battute sono tante, così come serpeggia una certa preoccupazione: “Prenderanno 25, massimo 28 giornalisti, ma eravamo in 60. Sic transit gloria mundi, se gloria è mai stata”.

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Un Di Pietro in formissima (che parla di Milano, del fare il sindaco, di Casaleggio e del M5s)

È in forma come mai negli ultimi tempi. I suoi ex compagni di strada gli hanno sfilato da sotto il naso partito e cordoni della borsa? Lui non fa una piega: “Sbagliate ad appiattirvi sul Pd”, saluta cortesemente e se ne va. La sua è un’altra strada. La spiegò un paio d’anni fa: “Mi diceva di andare contro la partitocrazia, di forzare la legge elettorale e andare alle elezioni da soli. Io pensavo che l’essere nelle istituzioni era decisivo, e dunque era necessario stringere alleanze. Devo dire che oggi i fatti sembrano dare ragione a lui”. Quel lui era Gianroberto Casaleggio, all’epoca consulente per l’Italia dei Valori. Consigli che dopo anni hanno dato i suoi frutti: “Mi candido a sindaco di Milano, un progetto rivolto ai cittadini. Chi mi conosce sa che non posso interloquire con il sistema, ma solo con chi ne sta fuori”. Qualche giorno fa due senatori del Movimento 5 stelle ragionavano: “Dovrebbe candidarsi con noi. Da un lato sarà un problema, non possiamo presentare chi è stato eletto con altri partiti, dall’altro sarebbe una fortuna, nelle amministrative ci serve qualche nome forte da spendere”. Lui non conferma ne smentisce, anche se quel che dice sembra portare in un’unica direzione. Parla volentieri al telefono, e quando pensa di non riuscire a farsi capire premette: “Questa gliela dico in dipietrese”.

Dunque si candida a sindaco o no?

Va bene, a lei glielo dico. Mi candido. Faccio una proposta alla città per tempo. Lo diceva mia nonna: avviandoti per tempo cerchi di arrivare in orario.

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