Jobs act, “la minoranza Pd sta implorando Renzi di concedergli un accordo”

Nei corridoi di Palazzo Madama circola una battuta: “La minoranza del Pd sta implorando Matteo Renzi di concedergli un accordo”. Dopo il fuoco e le fiamme degli scorsi giorni, il clima tra il segretario-premier e coloro che, per un motivo o per un altro, viaggiano lontani dalla guida del partito, si sta parzialmente rasserenando.

Perché se restano ben quaranta firme di Democrats in calce ai sette emendamenti presentati da chi contesta la legge delega della riforma del lavoro, dalle parti della “Ditta” si è capito che in un eventuale braccio di ferro se ne uscirebbe con le ossa rotte. Dagli Stati Uniti il presidente del Consiglio non arretra di un passo: “Discutiamo, poi il Pd si adegui”. Il riferimento è alla direzione del prossimo 29 settembre, alla quale le minoranze interne vorrebbero arrivare con un documento condiviso da tutto il partito, per non essere messi di fronte a fatto compiuto.

Ma in Parlamento il messaggio dei renziani non lascia spazio ad equivoci: “Nessuna mediazione. Si può accogliere qualche piccola modifica ma la volontà politica alla base del provvedimento non si tocca”.

Una volontà che prevede di eliminare la fattispecie del reintegro dalle misure a tutela dei lavoratori, lasciando in piedi esclusivamente quelle relative agli indennizzi economici. E che farebbe cadere qualunque ipotesi di mediazione. Nei capannelli di deputati e senatori “dissidenti” si registra l’improbabilità che il premier conceda margini di trattativa sostanziali. E si fiuta il pericolo.

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E Brunetta straccia il Patto del Nazareno (insieme al M5s)

Che di “stravolgimento dell’assetto costituzionale” parli il Movimento 5 stelle non ci si stupisce. Che lo faccia Forza Italia un po’ di più. Se poi a mettere la firma sotto tale sprezzante giudizio sia il capogruppo azzurro alla Camera Renato Brunetta, e che la sua firma sia accanto a quella di uno dei più fidati uomini di Beppe Grillo a Montecitorio, Danilo Toninelli, la questione sfiora l’incidente diplomatico.

I due, il 24 settembre scorso, hanno indirizzato – insieme a Federica Dieni (M5s) ed Elio Vito (Forza Italia) – una lettera a Laura Boldrini. L’oggetto del contendere è il nuovo regolamento di Montecitorio, in fase di discussione. Berluscones e grillini, che lo ritengono lesivo delle prerogative dell’opposizione, chiedono alla presidenza che vengano riaperti i termini per le proposte emendative. E lo chiedono “in considerazione dello stravolgimento dell’assetto costituzionale contenuto nel testo di riforma già approvato al Senato”.

Quello stesso testo che, al netto di divergenze su punti marginali, costituisce uno dei pilastri fondanti dell’intesa fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. E che ha visto convergere i voti dei forzisti insieme a quelli del Pd per consentirne un rapido via libera. A San Lorenzo in Lucina si registrò qualche mal di pancia, soprattutto nell’area facente capo a Raffaele Fitto.

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Sono quaranta i senatori Pd che bocciano il Jobs act di Renzi. Forza Italia diventa determinante?

“Oltre le più rosee aspettative”. Quando lo zoccolo duro della minoranza del Partito democratico fa circolare fra i colleghi il testo degli emendamenti presentati sul Jobs act, i fogli che gli ritornano in mano sono pieni zeppi di firme. “Vanno dalle trenta alle quaranta”, spiega Miguel Gotor.

Una cifra confermata da Maria Cecilia Guerra. L’ex sottosegretario dei governi Monti e Letta, è la prima firmataria dei sette aggiustamenti richiesti alla delega del lavoro, che Huffingtonpost è in grado di pubblicare. Modifiche che vanno dall’altolà alla sospensione dell’articolo 18, all’obbligo per l’esecutivo di emanare i decreti sulla riforma degli ammortizzatori sociali prima, o comunque contemporaneamente, a quelli che modificheranno le tipologie contrattuali. “Non si può tirare dritto su quel che non costa niente – commenta uno dei firmatari – e tirarla per le lunghe laddove le misure di riforma comportano oneri per le casse dello stato”.

Nessuna novità sostanziale nel dibattito interno ai Democratici. Né si prospetta all’orizzonte un effetto ostruzionismo così come è stato per la riforma del Senato. Da Sel sono in arrivo circa 300 emendamenti, dal Movimento 5 stelle un centinaio (“Tutti sul merito – spiega Nunzia Catalfo – quel che ci interessa è modificare un testo improponibile, che non è una vera riforma ma un semplice abbassamento delle tutele esistenti”), Forza Italia ne presenterà qualcuno di meno, il Nuovo centrodestra nessuno, “per favorire l’approvazione rapida del testo”. Siamo lontanissimi dalle oltre settemila modifiche – e il conseguente caos parlamentare – avanzate sulle riforme costituzionali.

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“Cambiare l’articolo 18? Non crea problemi di posti di lavoro, me lo dicono gli imprenditori”


“Se non sia il caso che noi costruiamo nuove e più flessibili reti di tutela del lavoro”


“Il casino tra Camusso e Renzi è solo una faccenda di partito”, spiega un sindacalista non proprio di secondo piano

Ed ecco che arriva inaspettata una ghiotta palla che Matteo Renzi potrebbe cogliere al balzo per isolare la Cgil e additare il sindacato di Susanna Camusso come l’ultimo baluardo di una battaglia di retroguardia.

Perché, dopo che nei giorni scorsi era filtrata l’irritazione della Cisl per la fuga in avanti nell’organizzazione di manifestazioni unitarie che si opponessero alla riforma del lavoro messa in piedi dal governo (“Che fanno, decidono e poi ci chiamano per avvertirci?”, commentavano ambienti vicini alla direzione), oggi è Raffaele Bonanni in persona a rompere gli indugi. Attaccando frontalmente la segretaria nazionale della Cgil: “La Camusso dovrebbe astenersi a dire quello che dice, a fare quei commenti sulla Thatcher e via discorrendo. Il premier è Renzi, e volenti o nolenti, ci stia simpatico o meno, è con lui che dobbiamo confrontarci”.

Ma il leader abbruzzese va oltre. Con parole sprezzanti nei confronti del sindacato amico: “Il casino di questi giorni tra il Pd e la Cgil è solamente una faccenda di partito, che attiene a quelli là. L’articolo 18 è ormai diventato un’ossessione”.

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Nascono i Dem-Pop, con Renzi ma non troppo

Che i democrtistiani non siano morti non è un adagio da bar, ma un fatto empiricamente rilevabile. Che accanto ad un’opposizione alla sinistra di Matteo Renzi all’interno del Pd si possa affiancare un’area centrista che, come da consolidata tradizione, un po’ lo affianchi e un po’ lo incalzi, è un altro discorso. Ma dopo un periodo di lunga riflessione, l’ancora potente ex ministro Beppe Fioroni sta provando a scriverne i primi paragrafi.

Centrista ortodosso, quel che fu tra i principali leader della Margherita non è mai scomparso. Le sue interminabili passeggiate su e già per il Transatlantico, auricolare piantato nelle orecchie e mano a coprire il labiale, sono da anni un elemento fisso nella scenografia di Montecitorio.

Un dialogo costante, a tessere e disfare relazioni, comporre e smontare interessi contrapposti. “Tra i sussurri e le grida – ha scherzato il vicesegretario di Democratici Lorenzo Guerini parafrasando Ingmar Bergman – il nostro Beppe è sicuramente più avvezzo ai primi”. Proprio l’ex sindaco di Lodi è stato uno degli ospiti di lustro di una due giorni organizzata dai popolari del Nazareno a Viterbo, a due passi dalle terme dei papi, nel cuore di quello che da sempre è il feudo di Fioroni.

Che è partito da una domanda: “Si può fare opposizione dal centro nell’epoca di un segretario-premier che è stato scout e che tutte le domeniche si reca diligentemente alla Santa messa?”. La risposta è stratificata e composita, e non potrebbe essere altrimenti scaturendo dalle sofisticate sinapsi di uno che si è formato alla scuola dei distinguo della vecchia balena democristiana.

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Er pasticciaccio brutto del vertice dell’8 ottobre

Che il vertice sulla crescita convocato da Matteo Renzi e Francois Hollande per il prossimo 8 ottobre si tenga o meno, non è dato saperlo. O meglio sì, ma forse anche no.

Perché se c’è qualcosa di poco chiaro nel backstage dell’organizzazione di quella che Palazzo Chigi identifica come una tappa fondamentale del semestre di presidenza italiano, e probabilmente sul tavolo pesa un problema politico non di poco conto, è chiarissimo che qualcosa nel fronte comunicativo non stia funzionando.

Ieri Benedetto Della Vedova, sottosegretario al ministero degli Esteri, è intervenuto al Parlamento europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo. E ha spiegato che l’idea è stata accolta con favore da tutti, che piace molto e che si concretizzerà entro fine dicembre. Ma non l’8 ottobre, perché “siamo stati costretti a rinviarla”.

Peccato che il vertice apicale del governo di cui fa parte quaranta minuti dopo lo ha smentito. “Il vertice dell’8 ottobre è confermato”, ha precisato un comunicato di Palazzo Chigi.

In quei quaranta minuti, tuttavia, sia il portavoce dell’esecutivo di Parigi, sia fonti informali della Cancelleria tedesca e della Commissione europea, confermavano l’annullamento della data. Un uno-due tardivo, dunque, quello tra Della Vedova e lo staff di Matteo Renzi, per mettere la polvere sotto la sabbia.

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La minoranza Pd si sfila dal Jobs act? Nessun problema, c’è Forza Italia

Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore dopo l’incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi – summit che ha rinsaldato e persino ampliato i punti di convergenza fra i due leader – ed ecco che nelle aule parlamentari si manifesta quel “soccorso azzurro” di cui tanto si è vociferato nelle ultime settimane. Che, se nei modi e nelle circostanze proprio un salvataggio non lo si può definire, assomiglia tanto ad un primo passo di una rinnovata collaborazione dopo l’ormai famigerato patto del Nazareno.

Quando infatti la commissione Lavoro del Senato viene chiamata a votare il padre di tutti gli emendamenti, quello che lascia mano libera al governo di fare carta straccia dell’articolo 18, non una mano contraria si leva nella conta dei voti. Il Movimento 5 stelle e Sinistra ecologia e libertà si alzano e abbandonano polemicamente la seduta. Il Pd, come da previsioni, vota compattamente sì, seguito da tutta la maggioranza. Forza Italia, unica opposizione rimasta, si astiene.

Poco sarebbe cambiato in termini di esito finale se gli azzurri avessero votato a favore. Ma il segnale c’è, ed è importante. Perché, appena ieri, Berlusconi ha teso la mano a Renzi su temi che travalicano l’originaria intesa sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale. E arrivano ad includere il Jobs act. “Calma e gesso nei passaggi parlamentari – spiega uno dei colonnelli forzisti a Palazzo Madama – ma non c’è dubbio che Silvio abbia combattuto per vent’anni per abolire l’articolo 18, sarebbe impossibile per noi votare contro una sua riscrittura”.

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Kafka, l’articolo 18 e il Pd

Il livello della tensione è fotografato da un gesto. È quello di Erica D’Adda, senatrice del Pd, che si alza e chiede di essere sostituita dalla commissione Lavoro che si troverà a dare il via libera all’emendamento che delegherà il governo a mettere mano all’articolo 18. Lei, quella norma non la vuole proprio votare. “Un gesto costruttivo – spiega – per consentire al mio partito di andare avanti e avere la tranquillità dei numeri per andare avanti”. Vero. Ma anche il segnale simbolico che una buona parte del partito il via libera alla legge delega sul lavoro non la vuole dare.

Basta sentire cosa dice Corradino Mineo: “Noi una delega in bianco, senza che prima ci sia stato un chiarimento, non la votiamo”. Questa volta l’ex direttore di RaiNews24 non è il portabandiera solo dei quattordici senatori che, sulla riforma del Senato, Matteo Renzi accusò di volersi contrapporre a milioni di italiani. Basta sentire Pier Luigi Bersani, che parla di “intenzioni surreali da parte del governo”. O addirittura il presidente dei Democratici, Matteo Orfini, che gela Matteo Renzi su Twitter: “I titoli del Jobs Act sono condivisibili. Lo svolgimento meno: ne discuteremo in direzione, ma servono correzioni importanti al testo”.

L’esito della riunione di maggioranza di ieri è stata deflagrante all’interno degli uomini del Nazareno. Appena ieri un gongolante Maurizio Sacconi, confortato dalle parole del vicepresidente dei senatori Dem Stefano Lepri, spiegava che “l’applicazione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti avverrà per le nuove assunzioni. Con un indennizzo proporzionato all’anzianità e dunque senza il reintegro dell’articolo 18. A regime sarà per tutti quello“. In poche parole, via l’obbligo di riassunzione per gli assunti dal giorno dopo dell’entrata in vigore delle nuove regole.

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