Un Di Pietro in formissima (che parla di Milano, del fare il sindaco, di Casaleggio e del M5s)

È in forma come mai negli ultimi tempi. I suoi ex compagni di strada gli hanno sfilato da sotto il naso partito e cordoni della borsa? Lui non fa una piega: “Sbagliate ad appiattirvi sul Pd”, saluta cortesemente e se ne va. La sua è un’altra strada. La spiegò un paio d’anni fa: “Mi diceva di andare contro la partitocrazia, di forzare la legge elettorale e andare alle elezioni da soli. Io pensavo che l’essere nelle istituzioni era decisivo, e dunque era necessario stringere alleanze. Devo dire che oggi i fatti sembrano dare ragione a lui”. Quel lui era Gianroberto Casaleggio, all’epoca consulente per l’Italia dei Valori. Consigli che dopo anni hanno dato i suoi frutti: “Mi candido a sindaco di Milano, un progetto rivolto ai cittadini. Chi mi conosce sa che non posso interloquire con il sistema, ma solo con chi ne sta fuori”. Qualche giorno fa due senatori del Movimento 5 stelle ragionavano: “Dovrebbe candidarsi con noi. Da un lato sarà un problema, non possiamo presentare chi è stato eletto con altri partiti, dall’altro sarebbe una fortuna, nelle amministrative ci serve qualche nome forte da spendere”. Lui non conferma ne smentisce, anche se quel che dice sembra portare in un’unica direzione. Parla volentieri al telefono, e quando pensa di non riuscire a farsi capire premette: “Questa gliela dico in dipietrese”.

Dunque si candida a sindaco o no?

Va bene, a lei glielo dico. Mi candido. Faccio una proposta alla città per tempo. Lo diceva mia nonna: avviandoti per tempo cerchi di arrivare in orario.

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Se M5s non se la passa bene, anche tra i fuoriusciti non è che siano rose e fiori

Centosessantotto. Otto voti di margine sulla maggioranza necessaria. Puntuale come la marea, torna ad affacciarsi l’incubo dei voti al Senato. E si rispolverano i pallottolieri dall’armadio. Complice il voto sul Def di qualche giorno fa. Il governo avrebbe rischiato una clamorosa bocciatura – tecnicamente risolvibile ma politicamente deflagrante – se non fosse stato per il voto di Luis Orellana. Il semaforo verde dell’ex grillino ha fatto tirare un sospiro di sollievo a Palazzo Chigi. Ma ha contemporaneamente acceso un campanello d’allarme.

Con una Forza Italia che bascula tra il soccorso amico e l’opposizione intransigente, è sufficiente che otto tra i sostenitori della maggioranza siano a letto con l’influenza per far tremare le vene a Matteo Renzi e ai suoi.

Ad oggi possono fare affidamento su 107 voti del Pd, 31 di Ncd, 10 dei Popolari per l’Italia, 7 di Scelta Civica e 13 delle Autonomie. 168, appunto. Un numero che fa dormire soldi tranquilli. Dalla presidenza Democratica, al primo piano di Palazzo Madama, si spiega che “quello dell’altro giorno è stato solo un incidente, come tanti se ne sono visti anche con maggioranze più solide”.

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Retroscena: ecco perché è collassato l’Efdd, il gruppo di Grillo e Farage

L’accusa è durissima. Sono circa le 15.00 quando l’Ukip diffonde una nota. La citiamo in originale:

Concerning her resignation, Ms Grigule told the secretary general of the EFDD Group that “I had to do it to get elected.” She told the General Secretary of the EFDD Group that the EPP chairman Manfred Weber and European Parliament Martin Schulz told her she must resign from the EFDD Group in order to attain the presidency of a Parliamentary delegation to Kazakstan.

In poche parole: i due leader del Ppe e dei socialisti avrebbero detto all’europarlamentare Iveta Grigule: “Se lasci il gruppo di Grillo e Farage ti nominiamo presidente della delegazione europea in Kazakstan“. L’interessata sarebbe così andata dal segretario generale dell’Efdd con in mano le dimissioni, spiegandogli: “Devo farlo per essere eletta”.

Da qui, secondo gli uomini del leader britannico, sarebbe nato il caso che ha portato la politica lettone a far mancare la settima nazionalità necessaria alla formazione del gruppo, e al conseguente dissolversi della compagine di Ukip e M5s.

Il bello è che qualche minuto prima dell’ufficializzazione delle dimissioni la Grigule era stata eletta ai vertici della delegazione in questione, tra lo stupore generale dei suoi colleghi. Un fatto senza precedenti nella breve storia di questa legislatura.

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“I primi quattro anni la Leopolda è andata all’assalto del Pd. Quest’anno è il Pd che va all’assalto della Leopolda”

Leopolda non di lotta, Leopolda di governo. Dopo anni passati a professare il verbo della rottamazione da quel di Firenze, la quinta edizione della kermesse di Matteo Renzi va in scena quando il padrone di casa ricopre la doppia carica di presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico.

Difficile pensare ad un canovaccio barricadero in una situazione in cui quel che c’era plasticamente da rottamare si è rottamato. Un renziano di lungo corso sintetizza la questione a suo modo: “I primi quattro anni la Leopolda è andata all’assalto del Pd. Quest’anno è il Pd che va all’assalto della Leopolda”.

Così il compito più arduo di chi la sta organizzando è quello di gestire le tante ambizioni di chi vorrebbe salire sul palco. È Maria Elena Boschi a gestire l’intera partita, dal programma alla raccolta fondi, passando per la comunicazione e la diffusione sui social network. È lei ad aver ufficializzato con un tweet l’apertura del sito, ed è lei che ha l’ultima parola su ogni aspetto. Nelle more del Renzi-style, per cui, spiegano, “Matteo poi si sveglia la mattina e decide di stravolgere tutto”.

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Una storia inquietante su chi ha accompagnato Grillo in giro per Genova

Bz7BzOsCQAAbdpmBeppe Grillo, nel suo giro a Genova, è stato “scortato” da tre signori. Nella foto, sono dietro di lui (con il casco, e due alla sua destra).

Come si può vedere molto bene in un video pubblicato dal Corriere della Sera, non sono lì a caso: arrivano con lui, lo accompagnano e quando si accorgono che l’operatore del giornale “non è uno dei nostri”, lo allontanano con poco garbo.

Incuriosito da questo bizzarro “sistema di protezione”, ho pubblicato una foto su Twitter domandandomi:

Un utente mi ha risposto:

Ho fatto una veloce verifica con un collega del Secolo XIX, che ha confermato quanto dettomi su Twitter: Tizzanini (il primo alla destra di Grillo), è lo stesso che diede in escandescenza presentandosi all’ingresso della loro sede.

L’interesse della redazione genovese nasce da un fatto che oggi è stato denunciato dal Cdr:

La redazione del Secolo XIX manifesta la sua solidarietà ai colleghi – giornalisti, videoreporter e fotografi – che questa mattina, mentre svolgevano il loro lavoro, sono stati aggrediti dagli energumeni di cui si è circondato Beppe Grillodurante la sua visita alla popolazione alluvionata di Genova.

Il protagonista dell’irruzione nella sede del quotidiano a giugno e membro oggi della “scorta” di Grillo resasi protagonista della presunta aggressione, si chiama Daniele Tizzanini. È iscritto al Meetup di Genova, dove si presenta come “disoccupato” e “tifoso del Genoa molto conosciuto”.

Tizzanini si difende su Facebook: “Vi posso garantire sul mio onore che nessuno è stato toccato”.

Anche Beppe Grillo affronta sul blog la questione. Lo fa in maniera ambigua. Dice infatti che “Grillo non era accompagnato da alcuna guardia del corpo” (ma le immagini di diversi momenti della giornata testimonierebbero il contrario. Lo stesso Grillo spiega al Tizzanini e agli altri nel video del Corriere: “Che non mi arrivino vicino le telecamere”). Ma sembra anche ammettere che qualche episodio non proprio piacevole si sia verificato: “Il MoVimento 5 Stelle si dissocia da alcuni comportamenti violenti avvenuti a Genova questa mattina durante la visita di Beppe”.

Così come ammise che il comportamento dell’interessato nella sua irruzione al Secolo di giugno fu censurabile: “Il M5S esprime solidarietà nei confronti della redazione del Secolo XIX. Il M5S è contro qualsiasi forma di violenza e auspica che non accadano più simili episodi di intimidazioni nei confronti di alcuno.

A proposito di quell’episodio, Michele Di Salvo, blogger che segue il M5s, scrisse:

Daniele Tizzanini è già stato condannato a due anni e due mesi di carcere per lesioni e resistenza, ed è noto a Genova (e lui se ne vanta) come capo ultras particolarmente violento.

Lo stesso Di Salvo diffuse un’immagine nella quale il Tizzanini si sarebbe vantato pubblicamente di uno scambio di messaggi privato in cui minacciava il proprio interlocutore di morte, che avrebbe assoldato qualcuno per reperirlo tramite le tracce da lui lasciate sul web e chiudeva: “Io problemi di venirti a spaccare tutti i denti in bocca e poi costituirmi ci metto un attimo”.


Giovanni Pantano, arrestato per ‘ndrangheta, è o no del M5s? Ecco la risposta

Ha ragione Beppe Grillo: “Il M5S non ha alcun consigliere eletto a San Ferdinando (RC) [...] Il MoVimento 5 Stelle non ha altresì mai presentato alcuna lista alle elezioni comunali di San Ferdinando. Si chiede quindi di non presentare il consigliere comunale Giovanni Pantano come un eletto del M5S“.

Ineccepibile. Il consigliere Giovanni Pantano è stato infatti eletto nel 2011 nella lista “Futuro Migliore”, insieme ad altri tre colleghi che formano da allora insieme a lui la minoranza nel comune calabrese. Però…

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Settembre 2013. Die Zeit: “È vero che volete uscire dall’euro?”. Beppe Grillo: “No”

Beppe Grillo ha proposto dal palco del Circo Massimo di uscire dall’euro: “Bisogna farlo perché la situazione economica attuale è insostenibile e non c’è più tempo“. Tecnicamente attraverso la raccolta firme per un referendum. Una modalità, per sua stessa ammissione, destinata a non aver sbocchi concreti: “Non ci faranno fare il referendum per la Costituzione, ma almeno li costringeremo a parlarne”.

Quella di un referendum sulla moneta europea è un’idea vecchiotta nella storia del Movimento 5 stelle. In campagna elettorale l’ex-comico fu criticato da più parti perché, pur invocando l’arma referendaria, rifiutò di esprimersi: “Non devo decidere io, ma i cittadini”.

La stessa posizione che portò avanti nel 2011, quando lanciò a questo proposito un sondaggio sul blog, “vinto” dagli euroscettici.

Tuttavia molti oggi dimenticano che un anno fa, quando Grillo ancora tendeva a parlare solo con la stampa straniera perché, a suo dire, era l’unica che riportava correttamente il suo pensiero senza manipolarlo, il leader M5s fu interpellato sull’argomento dalla testata tedesca Die Zeit. E rispose quanto segue:

È vero che siete per l’uscita dell’Italia dall’euro?
«No. Il problema non è più l’euro, il problema è il debito”.

 


Quando Casaleggio, dieci anni fa, spiegava che fra dieci anni i giornali sarebbero spariti

Gianroberto Casaleggio qualche giorno fa ha teorizzato che nel 2040 i giornali spariranno:

La prima nazione “newspaper free” saranno gli Stati Uniti nel 2017, tutto il resto del mondo entro il 2040, l’Italia nel 2027.

Quella del fondatore del Movimento 5 stelle è una sorta di profezia messianica che si reitera ciclicamente, spostando l’asticella un po’ più in là.
Circa dieci anni fa, nel gennaio 2005 in una delle sue prime uscite pubbliche, Casaleggio spiegava al suo interlocutore (minuto 5.35:

“Se lei mi facesse questa domanda fra dieci anni, le risponderei che non ci sarebbe bisogno di comprare una pagina su un giornale, perché i giornali non ci saranno più”.


Un riassunto di Italia 5 stelle (in una foto)

>>>ANSA/ GRILLO, FUORI DA PARLAMENTO E DA EURO


Shakespeare attacca Grillo e Di Maio

Beppe Grillo: “Io non sono un leader, sono uno di voi”.

Luigi Di Maio: “Io non sono un leader, tema della leadership inventato”.

William Shakespeare: “Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”.


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