“Cambiare l’articolo 18? Non crea problemi di posti di lavoro, me lo dicono gli imprenditori”


“Se non sia il caso che noi costruiamo nuove e più flessibili reti di tutela del lavoro”


“Il casino tra Camusso e Renzi è solo una faccenda di partito”, spiega un sindacalista non proprio di secondo piano

Ed ecco che arriva inaspettata una ghiotta palla che Matteo Renzi potrebbe cogliere al balzo per isolare la Cgil e additare il sindacato di Susanna Camusso come l’ultimo baluardo di una battaglia di retroguardia.

Perché, dopo che nei giorni scorsi era filtrata l’irritazione della Cisl per la fuga in avanti nell’organizzazione di manifestazioni unitarie che si opponessero alla riforma del lavoro messa in piedi dal governo (“Che fanno, decidono e poi ci chiamano per avvertirci?”, commentavano ambienti vicini alla direzione), oggi è Raffaele Bonanni in persona a rompere gli indugi. Attaccando frontalmente la segretaria nazionale della Cgil: “La Camusso dovrebbe astenersi a dire quello che dice, a fare quei commenti sulla Thatcher e via discorrendo. Il premier è Renzi, e volenti o nolenti, ci stia simpatico o meno, è con lui che dobbiamo confrontarci”.

Ma il leader abbruzzese va oltre. Con parole sprezzanti nei confronti del sindacato amico: “Il casino di questi giorni tra il Pd e la Cgil è solamente una faccenda di partito, che attiene a quelli là. L’articolo 18 è ormai diventato un’ossessione”.

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Nascono i Dem-Pop, con Renzi ma non troppo

Che i democrtistiani non siano morti non è un adagio da bar, ma un fatto empiricamente rilevabile. Che accanto ad un’opposizione alla sinistra di Matteo Renzi all’interno del Pd si possa affiancare un’area centrista che, come da consolidata tradizione, un po’ lo affianchi e un po’ lo incalzi, è un altro discorso. Ma dopo un periodo di lunga riflessione, l’ancora potente ex ministro Beppe Fioroni sta provando a scriverne i primi paragrafi.

Centrista ortodosso, quel che fu tra i principali leader della Margherita non è mai scomparso. Le sue interminabili passeggiate su e già per il Transatlantico, auricolare piantato nelle orecchie e mano a coprire il labiale, sono da anni un elemento fisso nella scenografia di Montecitorio.

Un dialogo costante, a tessere e disfare relazioni, comporre e smontare interessi contrapposti. “Tra i sussurri e le grida – ha scherzato il vicesegretario di Democratici Lorenzo Guerini parafrasando Ingmar Bergman – il nostro Beppe è sicuramente più avvezzo ai primi”. Proprio l’ex sindaco di Lodi è stato uno degli ospiti di lustro di una due giorni organizzata dai popolari del Nazareno a Viterbo, a due passi dalle terme dei papi, nel cuore di quello che da sempre è il feudo di Fioroni.

Che è partito da una domanda: “Si può fare opposizione dal centro nell’epoca di un segretario-premier che è stato scout e che tutte le domeniche si reca diligentemente alla Santa messa?”. La risposta è stratificata e composita, e non potrebbe essere altrimenti scaturendo dalle sofisticate sinapsi di uno che si è formato alla scuola dei distinguo della vecchia balena democristiana.

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Er pasticciaccio brutto del vertice dell’8 ottobre

Che il vertice sulla crescita convocato da Matteo Renzi e Francois Hollande per il prossimo 8 ottobre si tenga o meno, non è dato saperlo. O meglio sì, ma forse anche no.

Perché se c’è qualcosa di poco chiaro nel backstage dell’organizzazione di quella che Palazzo Chigi identifica come una tappa fondamentale del semestre di presidenza italiano, e probabilmente sul tavolo pesa un problema politico non di poco conto, è chiarissimo che qualcosa nel fronte comunicativo non stia funzionando.

Ieri Benedetto Della Vedova, sottosegretario al ministero degli Esteri, è intervenuto al Parlamento europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo. E ha spiegato che l’idea è stata accolta con favore da tutti, che piace molto e che si concretizzerà entro fine dicembre. Ma non l’8 ottobre, perché “siamo stati costretti a rinviarla”.

Peccato che il vertice apicale del governo di cui fa parte quaranta minuti dopo lo ha smentito. “Il vertice dell’8 ottobre è confermato”, ha precisato un comunicato di Palazzo Chigi.

In quei quaranta minuti, tuttavia, sia il portavoce dell’esecutivo di Parigi, sia fonti informali della Cancelleria tedesca e della Commissione europea, confermavano l’annullamento della data. Un uno-due tardivo, dunque, quello tra Della Vedova e lo staff di Matteo Renzi, per mettere la polvere sotto la sabbia.

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La minoranza Pd si sfila dal Jobs act? Nessun problema, c’è Forza Italia

Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore dopo l’incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi – summit che ha rinsaldato e persino ampliato i punti di convergenza fra i due leader – ed ecco che nelle aule parlamentari si manifesta quel “soccorso azzurro” di cui tanto si è vociferato nelle ultime settimane. Che, se nei modi e nelle circostanze proprio un salvataggio non lo si può definire, assomiglia tanto ad un primo passo di una rinnovata collaborazione dopo l’ormai famigerato patto del Nazareno.

Quando infatti la commissione Lavoro del Senato viene chiamata a votare il padre di tutti gli emendamenti, quello che lascia mano libera al governo di fare carta straccia dell’articolo 18, non una mano contraria si leva nella conta dei voti. Il Movimento 5 stelle e Sinistra ecologia e libertà si alzano e abbandonano polemicamente la seduta. Il Pd, come da previsioni, vota compattamente sì, seguito da tutta la maggioranza. Forza Italia, unica opposizione rimasta, si astiene.

Poco sarebbe cambiato in termini di esito finale se gli azzurri avessero votato a favore. Ma il segnale c’è, ed è importante. Perché, appena ieri, Berlusconi ha teso la mano a Renzi su temi che travalicano l’originaria intesa sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale. E arrivano ad includere il Jobs act. “Calma e gesso nei passaggi parlamentari – spiega uno dei colonnelli forzisti a Palazzo Madama – ma non c’è dubbio che Silvio abbia combattuto per vent’anni per abolire l’articolo 18, sarebbe impossibile per noi votare contro una sua riscrittura”.

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Kafka, l’articolo 18 e il Pd

Il livello della tensione è fotografato da un gesto. È quello di Erica D’Adda, senatrice del Pd, che si alza e chiede di essere sostituita dalla commissione Lavoro che si troverà a dare il via libera all’emendamento che delegherà il governo a mettere mano all’articolo 18. Lei, quella norma non la vuole proprio votare. “Un gesto costruttivo – spiega – per consentire al mio partito di andare avanti e avere la tranquillità dei numeri per andare avanti”. Vero. Ma anche il segnale simbolico che una buona parte del partito il via libera alla legge delega sul lavoro non la vuole dare.

Basta sentire cosa dice Corradino Mineo: “Noi una delega in bianco, senza che prima ci sia stato un chiarimento, non la votiamo”. Questa volta l’ex direttore di RaiNews24 non è il portabandiera solo dei quattordici senatori che, sulla riforma del Senato, Matteo Renzi accusò di volersi contrapporre a milioni di italiani. Basta sentire Pier Luigi Bersani, che parla di “intenzioni surreali da parte del governo”. O addirittura il presidente dei Democratici, Matteo Orfini, che gela Matteo Renzi su Twitter: “I titoli del Jobs Act sono condivisibili. Lo svolgimento meno: ne discuteremo in direzione, ma servono correzioni importanti al testo”.

L’esito della riunione di maggioranza di ieri è stata deflagrante all’interno degli uomini del Nazareno. Appena ieri un gongolante Maurizio Sacconi, confortato dalle parole del vicepresidente dei senatori Dem Stefano Lepri, spiegava che “l’applicazione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti avverrà per le nuove assunzioni. Con un indennizzo proporzionato all’anzianità e dunque senza il reintegro dell’articolo 18. A regime sarà per tutti quello“. In poche parole, via l’obbligo di riassunzione per gli assunti dal giorno dopo dell’entrata in vigore delle nuove regole.

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Pizzarotti rinuncia alla Provincia per salvare la sua giunta. Ma Grillo pensa a ritirargli l’uso del simbolo

Un mezzo passo indietro. Federico Pizzarotti non rinnega il “dialogo tra 46 sindaci che rappresentano 400 mila abitanti”, non sconfessa l’idea di “sedersi al tavolo di discussione” affinché nella nuova architettura delle Province, pur se “calata dall’alto”, siano i primi cittadini a “rappresentare le istituzioni” in quella sede. In poche parole non smentisce le trattative per arrivare ad una soluzione condivisa e unitaria insieme al Pd e al centrodestra per una lista unica per le prossime elezioni provinciali di secondo grado.

“Ci saranno nuove competenze per i sindaci e i Consigli Comunali, nuove forme di governo. In quel caso faremo finta di niente o affronteremo il dibattito? Lavoreremo per rispondere alle esigenze dei cittadini o ci alzeremo dal tavolo della discussione?”, chiede provocatoriamente il sindaco. Che su questo fronte tiene duro.

A cadere è la possibilità che, oltre a essere uno dei contraenti dell’iniziativa, possa esserne anche un rappresentante. La notizia del suo inserimento nel listino è stata battuta dall’Ansa intorno alle 19.00 di martedì. È solo alle 15.00 del giorno dopo, a seguito di un lungo silenzio, che Pizzarotti precisa: “Non mi candido per le Provinciali. È stata una riflessione ponderata e doverosa”.

Una notte dolorosa per il sindaco. Al termine della quale ha tirato le somme, lasciando un poco di margine ad una corda che altrimenti si sarebbe spezzata. È da mesi che lo staff milanese lo lavora ai fianchi, cercando sponde nei consiglieri della sua maggioranza. Un parlamentare suo corregionale spiega che “al momento una quindicina stanno con lui, ma cinque o sei sono molto sensibili al Casaleggio pensiero”. Ne basterebbero quattro per far cadere la giunta. Sarebbero stati questi i calcoli dopo i quali Pizzarotti avrebbe deciso il dietrofront. Perché per i suoi un conto è dialogare per una rappresentanza efficace all’interno dei nuovi organi provinciali, un altro sarebbe quello del loro capofila candidato in una lista simbolicamente espressa dalle larghe intese.

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Accordo nella maggioranza: l’articolo 18 sparirà per i neo assunti

La bomba la lancia Maurizio Sacconi: “L’applicazione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti avverrà per le nuove assunzioni. Con un indennizzo proporzionato all’anzianità e dunque senza il reintegro dell’articolo 18.A regime sarà per tutti quello”. Dopo l’entrata in vigore delle nuove norme sul lavoro, tutti i neo assunti non avranno dunque più diritto a riavere il proprio posto di lavoro in caso di licenziamento ingiusto, ma si dovranno accontentare di un indennizzo economico.

Questa volta non si tratta della posizione del Nuovo centrodestra, che da settimane ha innalzato il vessillo della revisione dello Statuto dei lavoratori. È quanto è emersodall’ultima riunione di maggioranza prima del passaggio decisivo – tra oggi e domani – della legge delega in Commissione. Il testo indica letteralmente la “previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”.

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Articolo 18: Renzi minaccia il decreto ma per ora procede con i piedi di piombo

“Se ci saranno resistenze sulla delega al governo per la riforma delle regole sul lavoro noi stiamo con Matteo Renzi: avanti con un decreto”. La convergenza sulla linea del presidente del Consiglio – che in mattinata aveva affermato che “se le Camere non dovessero fare con solerzia il loro lavoro il governo è pronto ad andare avanti per decreto” – non arriva dai banchi del Partito democratico. È Maurizio Sacconi, capogruppo del Nuovo Centrodestra, a spendere parole al miele per la velata minaccia arrivata dal premier direttamente nell’aula di Montecitorio.

Perché il partito di Angelino Alfano ha investito buona parte del suo capitale politico sulla riforma complessiva del settore. Articolo 18 compreso. È proprio lo Statuto dei lavoratori a tenere alto il livello di allerta di Palazzo Chigi. Perché se Ncd ne fa una questione di principio e la sua revisione è il punto d’arrivo nella mente dello stesso presidente del Consiglio, la minoranza interna del Pd e una larghissima fetta del mondo sindacale ritengono che su quel tema non si debba mettere mano. E hanno accolto l’intemerata di Renzi con una corale alzata di scudi.

Così, dopo la Cgil e la Fiom, anche la solitamente più moderata Cisl ha annunciato una mobilitazione per il prossimo mese di ottobre. Un segnale preoccupante, checontribuisce ulteriormente ad alzare la temperatura in vista dell’autunno ormai alle porte. Per questo dall’entourage dell’ex rottamatore si spendono parole alla camomilla. “La delega sarà fedele alla sua struttura – spiega Filippo Taddei, l’uomo della segreteria Dem che ha in mano il dossier – e nella legge delega l’articolo 18 non c’è”.

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