No dei 5 stelle al referendum trappola

La risposta al referendum sulle riforme costituzionali avanzata da Maria Elena Boschi viene approntata in brevissimo tempo. Da un lato il blog di Beppe Grillo decide di bypassare la questione: parla di colpo di Stato, disconosce il ruolo di garante della Carta di Giorgio Napolitano, invoca il voto. Non è un caso che la foto a corredo del post sia quella di Benito Mussolini. Perché una parola è circolata ai vertici del M5s per commentare le parole della Boschi: “Plebiscito”. “Vogliono approvare quello che gli pare – è in sostanza il ragionamento, e poi chiamare gli italiani a un prendere o lasciare, proprio come faceva il Duce”.

Poi, però, c’è il problema di rispondere nel merito, senza tradire lo spirito di disintermediazione dei meccanismi democratici che ha caratterizzato sin dalla nascita il Movimento. Così i senatori elaborano una risposta che punta a rovesciare il problema: “Ministro Boschi, presidente del Consiglio Renzi, non fate i furbi. Se siete sinceramente democratici fate svolgere nei primi mesi del 2015 un referendum consultivo d’indirizzo su questi temi. Poi seguendo la volontà dei cittadini, si proseguirà nel dibattito ed alla fine si svolgerà un referendum generale. Così si fa in una vera democrazia. Senza “ghigliottine” e imposizioni dall’alto”.

 

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Senato: “Anche lavorando fino alle 24, con 7800 emendamenti servono 100 giorni di lavoro”

7800 emendamenti, oltre 920 richieste di voto segreto, e un’unica martellante parola che gira per i corridoi del Senato: “Paralisi”. I tempi per l’approvazione della riforma di Palazzo Madama sono lunghissimi.

Sono due i binari su cui la maggioranza sta provando in queste ore a muoversi per sbloccare l’impasse. Da un lato Pietro Grasso andrà nel tardo pomeriggio a riferire al Quirinale lo stato dell’arte dei lavori. Un incontro “illustrativo”, lo definiscono dalla presidenza. Dopo le sferzanti parole di ieri di Giorgio Napolitano sulla necessità di proseguire sulla strada delle riforme, il Capo dello stato considera questo un tema cruciale. Ma oltre ad una relazione sullo stato dell’arte, altro non trapela, per paura di passi falsi che possano ulteriormente inceppare l’iter del ddl Boschi. Il segnale dell’attenzione del Colle ai lavori del Senato è tuttavia evidente. Così come è evidente la plastica vicinanza, in un passaggio così delicato, di Napolitano e dell’ex magistrato Antimafia.

L’altro è quello della mediazione politica. Un accordo difficile, se non impossibile, vista l’indisponibilità a qualsivoglia apertura sul principale tema di scontro, l’elettività. Ma proprio in queste ore Roberto Calderoli e Anna Finocchiaro, relatori del testo, stanno studiando un pacchetto di temi sui quali tendere la mano. Nel pacchetto rientrerebbero il numero di firme necessarie per presentare i quesiti dei referendum abrogativi, che nel testo attuale è fissato a 800mila, le competenze del futuro Senato in materia di bilancio dello Stato. Infine, e un possibile allargamento del collegio elettorale chiamato a votare il prossimo presidente della Repubblica.

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Forza Italia “sta serena” sulla riforma del Senato

Al ritorno al Senato dopo l’assoluzione di Silvio Berlusconi i volti degli azzurri sono distesi, rilassati. C’è piena sintonia con il governo: la riforma di Palazzo Madama deve essere condotta in porto. Al punto che, quando si sparge la voce che l’esecutivo medita di chiedere il contingentamento dei tempi, il capogruppo Paolo Romani si dimostra disponibile: “Siamo favorevoli a strumenti per accelerare il dibattito”. Certo, Romani non si spinge ad interpretare la parte del più realista del re, invoca un accordo nella capigruppo.

Però il segnale c’è, ed è forte. Ma qualche ombra si addensa all’orizzonte. Perché la gran parte dei quasi ottomila emendamenti presentati è risultata ammissibile, ergo, la si dovrà votare. “Di questo passo non finiamo nemmeno venerdì”, ragiona il presidente dei senatori azzurri.

I forzisti hanno una sola paura: “Se il governo vuole dare un segnale ai dissidenti democratici – ragiona un colonnello berlusconiano – potrebbe concedergli il via libera a qualche modifica, in cambio di una tregua sul resto dell’impianto”. Insomma, il rischio è che l’impalcatura possa essere modificata per disinnescare la mina delle polemiche che si solleverebbero se l’esecutivo dovesse strozzare il dibattito.

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Il primo giorno della riforma del Senato non sta filando via liscio, diciamo

Sono bastati solo un paio di minuti nell’emiciclo di Palazzo Madama per rompere lo schema delle liturgie antiche di Palazzo Madama. Un paio di minuti di contestazioni, qualche fischio, qualche boato, qualche rumore di fondo per far subito pensare una partita di calcio. Fate scendere in campo il beniamino di casa, ascoltate il boato, le urla, i cori e i fischi del settore nel quale sono assiepati i tifosi ospiti. Poi sostituite la partita di calcio con il ddl sulla riforma del Senato, il beniamino di casa con Maria Elena Boschi e il settore ospiti con i banchi su cui siedono gli onorevoli del Movimento 5 stelle e di Sinistra Ecologia e Libertà. Non si è trattato di niente di così rumoroso come lo stadio ma quei due minuti sono stati una rottura istituzionale, il preludio di una nuova fase, quella di un’opposizione durissima, fatta di ricerca di visibilità da parte del M5s, e di una nuova identità politica nel partito di Nichi Vendola dopo gli abbandoni (da destra) di molti suoi parlamentari.

Ebbene si, il ministro Maria Elena Boschi, beniamina del parlamento ha dovuto affrontare la sua prima contestazione. È un avvertimento di quanto duro sarà il percorso della riforma?
In verità il ministro nell’emiciclo per la replica prima dell’inizio del voto sugli emendamenti, tiene botta. Le sopracciglia si corrugano per un impercettibile istante tornando a distendersi, il volto non tradisce il minimo cambiamento d’umore. Eppure i capannelli dei senatori del Pd, dissidenti e non, lodano sì il suo aplomb (“È l’ultima chance per tutta la politica”, ha spiegato, guardando l’aula e sottolineando il “tutta”), ma la descrivono dispiaciuta, rattristata. Accanto a lei mezzo governo: Matteo Renzi è in Africa, lo sostituisce Graziano Delrio, al quale per qualche giorno sono state affidate le chiavi della macchina.

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L’Assoltellum

È come quando apri gli occhi dopo un incubo e intorno ti ritrovi esattamente quello da cui ha provato a sfuggire svegliandoti. Due volte ieri Luigi Di Maio, tra il sarcastico e il preoccupato, ha chiesto a Matteo Renzi durante il loro incontro in streaming: “Presidente, deve andare a chiedere il permesso ad Arcore?”.

Strumentale o meno che sia, la trattativa imbastita dal Movimento 5 stelle aveva uno scopo chiaro: rompere il patto del Nazareno. Così l’imprevista assoluzione del Cavaliere, prosciolto in appello dalle accuse mossegli sul caso Ruby, viene letta inevitabilmente come un rafforzamento di quell’asse al cui disfacimento si puntava, a partire dall’intesa sulla legge elettorale. Già ieri Danilo Toninelli, king maker dei sistemi elettorali a 5 stelle, esprimeva più di una perplessità: “Ripensandoci, più che un gruppo di marinai del nocchiero Italia, i piddini sembravano anguille: chi aveva l’aereo in partenza, chi batteva i pugni sul tavolo, chi difendeva lo stipendio, chi cambiava discorso parlando di nostre presunte offese”.

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Grillo disamorato: la crisi di coppia tra Grillo e il M5s

Il primo segnale arrivò lo scorso 4 aprile. Beppe Grillo fu intercettato in aeroporto a Catania, tappa di quel poco profetico “Te la do io l’Europa tour”. Un caffè al duty free, una chiacchiera con il barista, e quelle secche parole all’inviato di Repubblica: “O vinciamo le europee, oppure mi ritiro”.

Il finale di quel film è noto. Una sala conferenze nella periferia sud di Roma, qualche bandiera, i primi dati dello spoglio compulsati con nervosismo. Poi le lapidarie parole di Roberta Lombardi: “Parleremo domani quando avremo i risultati completi. Beppe? Sta già dormendo”. L’ex comico era lontano dalle coperte, e continuava a guardare attonito lo schermo della tv a Milano, insieme a Gianroberto Casaleggio. Era la notte tra il 25 e il 26 maggio:

Sono ore di sofferenza. Raccontano che alterni momenti di rabbia con la profonda delusione: “Se vogliono Renzi se lo tengano – sarebbe sbottato – si vede che è questo che desiderano. Io con la politica chiudo”. Forse solo una reazione a caldo, forse l’embrione di qualcosa di enorme che potrebbe maturare nelle prossime ore.

Da quel giorno, il megafono, il capo politico, il leader carismatico del Movimento 5 stelle non ha più assolto a nessuna delle tre funzioni. Mollò tutto e se ne andò nella sua amata Sardegna. Guai a chiedere a Filippo Nogarin se la sua ascesa al comune di Livorno sia dovuta anche all’eclissarsi dell’ex comico dalla scena pubblica, allo smantellamento delle barricate erette in vista di quel sorpasso finito un po’ come nell’omonimo film. Ma molti lessero nell’improvviso low profile dei grillini la chiave di un successo che ha del clamoroso.

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Dorian Grillo

Il M5s è all’angolo, e cerca, divincolandosi, di uscirne. Qualcuno a mezza bocca parla di un Gianroberto Casaleggio quasi del tutto ristabilito, risalito sul ponte di comando. “Nonostante Gaia – spiega sorprendentemente un dissidente di prima fila – purtroppo lui è l’unico ad avere una visione, un’idea su dove andare. Semmai gli errori li commette sul come decide di andarci, ma sempre meglio del caos di adesso”. L’altra metà del cielo vorrebbe Beppe al tavolo (eventuale) con Renzi, nella speranza che Telestreaming salvi momentaneamente gli ascolti di una rete in crisi di share.

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Meeting: Renzi dà forfait (in modo non troppo elegante). Ma a Rimini sfilerà l’universo renziano

Se Matteo Renzi non ha rottamato il Meeting di Rimini, sicuramente ha cambiato verso nel rapporto tra Palazzo Chigi e la kermesse estiva di Comunione e liberazione. Ospiti d’onore delle ultime due edizioni erano stati Mario Monti, prima, ed Enrico Letta poi. Entrambi accolti da applausi e ovazioni. Un bagno di folla al quale Renzi non si concederà.

Qualche settimana addietro gli organizzatori gli avevano inoltrato un invito ufficiale. Poi, una manciata di giorni fa, nella conferenza stampa di presentazione, avevano annunciato la missiva, spiegando di essere ancora in attesa di una risposta. Risposta che non è mai arrivata, perché l’ex sindaco di Firenze ha comunicato la sua assenza in modo assai inusuale.

“Renzi, secondo quanto è stato riferito, ha declinato l’invito che gli era stato fatto dagli organizzatori”, scriveva l’Agi. Ma il niet a Rimini è arrivato tramite gli stessi lanci d’agenzia che spiegavano come il presidente del consiglio avesse reso noto loro la propria assenza. Nessuna comunicazione diretta, nessuna risposta ufficiale. Un atteggiamento che ha suscitato perplessità e qualche irritazione.

Ma lo sgarbo è stato digerito in fretta. Perché, in assenza di Renzi, sarà il renzismo a farla da padrone tra i padiglioni della Fiera riminese, in un’edizione nella quale uno dei principali fili rossi seguirà i temi della formazione, del lavoro e delle politiche sociali. Così un posto d’onore è stato riservato a quei capitani d’impresa che fin dai primi vagiti avevano salutato con urrà la rottamazione, quali Brunello Cucinelli e, soprattutto, Oscar Farinetti.

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Di Maio, come è nata e come si è evoluta la prima leadership M5s al di fuori di Grillo e Casaleggio

Camera, interno giorno. Un autorevole esponente del centrodestra italiano parla della star del momento: “Luigi Di Maio è furbo, ma anche intelligente. Ha capito che per spiccare non bastano le barricate, c’è bisogno di fare politica”. Un interlocutore conosce bene la realtà territoriale della Campania: “Lui a Napoli vinceva tutte le elezioni universitarie. Il Pd lo seguiva da tempo, ha fatto una sciocchezza a non coltivarlo, a non puntare su di lui”.

Nei capannelli di deputati e giornalisti a Montecitorio, dopo quello di Matteo Renzi, il nome più pronunciato è il suo. I suoi compagni lo guardano con rispetto, lo trattano da leader. Quando esce dall’aula dopo averla presieduta gli si avvicinano, chiedono consiglio, un’approvazione rispetto al provvedimento su cui stanno lavorando o il comunicato che hanno preparato. Lui ascolta, paziente. Ha tempo per tutti, un rapporto affabile con la stampa: “Io parlo tranquillamente, ma non riportate nulla di quel che vi dico”. Poco male, perché dalla bocca di Di Maio non esce mai una parola in più di quel che è lecito sapere. Sempre misurato, sempre attento, non presta mai il fianco a speculazioni, non regala mai un titolo.

Gli avversari gli riconoscono una grande capacità nell’amministrare l’emiciclo di Montecitorio (“Mille volte meglio lui di Laura Boldrini”, ripetono come un mantra anche i più insospettabili). Ma soprattutto guardano a lui come una realtà parallela in un Movimento caratterizzato dalle intemerate di Beppe Grillo e dai discorsi barricaderi dei suoi compagni di banco. Una diversità sintetizzata in una battuta: “Lui è l’unico lì dentro a fare politica”.

Tra gli Intillimani a là Alessandro Di Battista e il contagioso eloquio trasteverino di Paola Taverna, Di Maio spicca nell’universo a 5 stelle per essere uno dei pochissimi – forse realmente l’unico – ad avere una reale interlocuzione con lo staff genoan-milanese. Il suo parere conta, il suo parere è soppesato, il suo parere contribuisce a calibrare la linea del M5s. Quando l’ex comico ha rivolto parole durissime contro la scelta del premier di far saltare l’incontro sulla legge elettorale, è lui che ha convocato i capi della comunicazione, ha alzato il telefono, e ha parlato con Gianroberto Casaleggio.

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Senato: i dissidenti si attaccano al tram (per ora)

Il traguardo sembra ad un passo. Sono le sette di sera quando Paolo Romani esce gongolando dalla riunione della commissione Affari costituzionali del Senato. E disinnesca l’unica mina sulla quale la riforma di Palazzo Madama poteva saltare prima ancora di arrivare in Aula: l’elettività della Camera Alta.

La fronda di chi voleva un Senato scelto dai cittadini sembra rientrata. Almeno quella azzurra. Grazie ad un emendamento concordato con Maria Elena Boschi e che fin dal primo pomeriggio era nelle mani dei colonnelli azzurri nella sua formulazione definitiva. Saranno i Consigli regionali ad eleggere i futuri senatori. Ma la scelta dovrà rispettare il criterio di proporzionalità sia per quanto riguarda il numero di abitanti, sia il risultato elettorale di ciascuna regione.

Così da un lato cade l’ipotesi paritaria – sul modello del Senato americano – che aveva caratterizzato il dibattito in una fase iniziale. Dall’altro scema la preoccupazione della war room berlusconiana di un Pd che avrebbe potuto monopolizzare la designazione della Camera Alta che verrà.

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